Dialèktika

Fuoco, fuochino e infine fuochetto

L’autunno fa venire voglia di starsene accanto a un bel fuoco: proprio dalla parola bresciana «el föc» derivano diversi significati
Un camino acceso - © www.giornaledibrescia.it
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Autunno, le prime frescure serali, i primi caminetti accesi, voglia di starsene quieti accanto ad un bel fuoco, magari con un cartoccio di castagne e un bel bicchier di vino. Per i Romani il fuoco era ignis e focus il focolare, il luogo dove il fuoco ardeva; l’italiano ha relegato ignis alle parole di origine colta (igneo, ignifugo ecc.) ed ha valorizzato fuoco; il bresciano economizza e chiama föc sia le fiamme che il luogo che le ospita. El föc poi ha generato e custodisce un patrimonio di vocaboli che riempirebbero senza fatica l’intera pagina di un dizionario nomenclatore.

Prima di tutto nel föc c’è la fiama, la cui radice – scava scava – possiamo ritrovare in latino, in greco, in sanscrito e nell’avestico. Ma la fiamma sale in alto ed ecco allora le stise (dal latino titio, di etimo incerto) e le falive (questa volta dal latino favilla). Ed ecco che subito palpita la braza e in questo caso dobbiamo rivolgerci alle lingue germaniche.

La cenere calda, dove ancora brilla la brace, è la/el burnìs (localmente anche sernìs); le nonne di un tempo mettevano a cuocere il rustico schisadèl; ci si riconosce in questo caso la stessa radice dell’inglese to burn e del tedesco brennen, entrambi con significato di bruciare; ma anche il latino pruna (brace). Intanto il caminetto s’annerisce di calì e di früzen, ambedue dal latino: caligo, fumo nero e nebbia fitta; früzen rimanda a fuligo, da fulinare/coquinare, cucinare. Ma, quando la fiamma si spegne, che rimane? Ena mà de sèner, la cenere, la sinis dei Romani. E si va tutti a nanna.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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