Fómne e proèrbe insondabili misteri

Fra scarpe da ginnastica e ciabatte orgogliose
Tre amiche
Tre amiche

«Che g’aràle sèmper de ciciarà?» L’amico con cui condivido il viaggio in auto sulla vecchia comunale osserva tra lo stupito e l’ammirato i piccoli gruppi femminili che si sgranano - fuseau tecnici e scarpe da ginnastica - lungo la ciclabile. Camminano svelte, orgogliose e divertite. E soprattutto parlano tutte assieme, per tutto il tragitto, inarrestabili. «Che g’aràle sèmper de dìs?» Per la pur brillante intelligenza maschile, in fondo, la donna resta sempre un mistero. E non ci viene in aiuto nemmeno la cosiddetta saggezza popolare, cristallizzata in proverbi che spesso grondano di un maschilismo stantio.

«Fómne, pàsere e óche: le pàr tànte à se i-è póche», si dice per evocare il forte chiacchiericcio comunitario femminile. Tanto intenso che «dò fomne e dù pulzì i fà ’l mercàt de Pralbuì». Difficile, nei proverbi, il rapporto uomo-donna. Tale che «föm e fómna che tàca a bruntulà, i càsa l’òm de la sò cà». O anche «Fòmne, caài e relòi, i-è töcc embròi», un’accusa di fasità che risuona pure in «Fómne che piàns e caàai che süda, i-è piö fàls de Giùda». Fino al terribile «En cà gh’è sèmper piàghe se l’òm el g’ha el bigaröl e la fómna le bràghe».

E le donne? Non ci hanno lasciato proverbi? Io non ne ho trovati. Salvo forse quel motto che a me pare una antesignana rivendicazione di dignità e autonomia. Che recita: «Bèla o bröta, ne le mé saàte ghe stö töta». Alla faccia dei giudizi della gente. Restano comunque due misteri. Il primo: perché le donne non hanno forgiato proverbi? Il secondo: «Che g’aràle sèmper de dìs?»

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