Un’enantiosemia non si nega a nessuno

L’invito a mettere il cappello per evitare che il cervello svapori sotto i raggi del solleone
Un bambino con il cappello davanti al mare
Un bambino con il cappello davanti al mare

«Metet vergót söl có, che no el te sore!» Questo l’invito che tanto tanto tempo fa una nonna rivolgeva al nipotino che scavrunava sotto il sole, avanti e indietro per il cortile, nei giorni della canicola. Il nipotino naturalmente ignorava il richiamo della nonna e soprattutto non si poneva il problema dell’origine di quel sorà, una mezza enantiosemia: «Enantiosemia? E che è mai? Una malattia, uno scongiuro, una maledizione?!».

Ma no, è semplicemente un vocabolo che raccoglie in sé due significati opposti (pensate ad esempio all’italiano spolverare, che significa sia togliere la polvere, sia spargerla, come si fa, ad esempio, con lo zucchero a velo).

Sorà: effettivamente questo vocabolo significa sia raffreddare che svaporare; i due significati sono però assai più prossimi di quanto si pensi. L’origine è una forma del latino popolare exaurare ovvero “evaporare, prendere aria” (tanto che in alcuni dialetti significa “far prendere aria”; si veda “sciorinare”). Se si pensa a un piatto di minestra bollente, allora sorà significherà appunto (farla) “raffreddare”; nel richiamo della nonna invece l’invito è a mettere il cappello per evitare che il cervello svapori sotto i raggi del solleone. A ben vedere, dunque – minestra o cervello – si tratta sempre di “exaurare”, di perdere vapore.

Il significato originario ha poi prodotto una serie di sensi figurati: Lasem sorà en moment! (Lascia che mi prenda un attimo di riposo!); Soret?! (Sei impazzito?!); Gh’o ‘na voia de lasam sorà (Ho una voglia di sfogarmi!); fino alla preghiera: Signur, só en puor tabalore: mitim la mà söl có, che no el me sore!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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