Dialetto volgare? Ma no! È venuto su così

Dopo la battuta finale della scorsa settimana, è utile ripassare l’origine contadina del dialetto bresciano
Fabrizio Galvagni
Un maialino
Un maialino

Alcuni affezionati lettori mi hanno cortesemente tirato le orecchie per la chiusura della Dialèktika di domenica scorsa – quella del lardo, del maiale ecc. – ritenuta un po’ volgaruccia.

E come non dar loro ragione?! Lo so: il dialetto bresciano lo vorremmo sempre a modo e ben educato; dobbiamo però fare i conti con la realtà: il nostro dialetto è stato per secoli la lingua del mondo contadino, delle plebi di montagna; la sua sensibilità nei confronti di quegli aspetti della vita che noi avvertiamo come possibili generatori di volgarità, era ed è diversa da quella che conosciamo oggi.

Gli è che la volgarità non è categoria linguistica, ma al massimo morale; inoltre la soglia della volgarità muta da una cultura all’altra, da un’epoca all’altra. Si tenga poi presente che ogni espressione, ogni vocabolo, fossero anche i più grevi e inopportuni, perdono quest’aura di negatività quando sono oggetto di studio, linguistico, sociologico o antropologico che sia.

Massimo Lanzini, nella Dialèktika del 17 marzo 2024, ricordava garbatamente la ricchezza e la varietà che il dialetto possiede per indicare il prodotto finale di quella che è ritenuta la meno nobile fra le funzioni fisiologiche (la defecatio degli antichi).

Così, se davvero vogliamo bene al nostro dialetto, dobbiamo accettarlo, nel bene e nel male, per quel che è, anche quando al nostro orecchio suona volgare e fastidioso. Del resto non è la stessa saggezza popolare a ricordarci che, fino a quando oggetto del nostro conversare sono la funzione fisiologica sopra ricordata e gli organi che le sono preposti, la salute dell’anima non ne avrà detrimento?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Domenica

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