Quelle dieci parole tra il gelo e il sorriso

Gli eschimesi e noi: una storiella linguistica
Una storiella linguistica dice che gli eschimesi hanno più di 10 parole per indicare la neve
Una storiella linguistica dice che gli eschimesi hanno più di 10 parole per indicare la neve

«Gli eschimesi hanno almeno dieci parole per indicare la neve». È - questa - una storiella che i linguisti si tramandano da decenni. Nasce da pochi appunti scritti nel 1911 dall’antropologo tedesco Franz Boas, poi è liberamente lievitata nel tempo. I linguisti sanno benissimo che - detta così - la storiella ha basi scientifiche davvero fragili ma la usano lo stesso, perché meglio di ogni altra fa capire il legame fortissimo che si instaura fra una lingua e l’ambiente in cui vive. Il nostro dialetto è nato e cresciuto attraverso i secoli dentro una civiltà per ampia parte rurale. Segnata della presenza di animali e di loro cascami. E così i bresciani hanno almeno dieci termini per indicare gli escrementi. Eccoli.

Ci sono le bàgole di coniglio, di topo, di capra... (la «bacula» dei latini è una piccola bacca). E siccome produrre escrementi è a suo modo un segno di vita, la formula maccheronica «mòrtus est non fa più bàgola» era una sorta di ironico certificato di decesso. Ci sono poi le schìte delle galline e gli schitù dei tacchini. Le mucche regalano boàse (la radice è la stessa delle parole «bovino» e «boario») e sòte (la «ciotta» toscana indica proprio quella cosa lì). I cani si esprimono in inutili e fastidiosi stróns mentre cavalli e asini regalano preziosi fìc, l’ideale per arricchire la terra dell’orto così come il ledàm per i campi (per i latini la parola «laetamen» è figlia dell’aggettivo «laetus», che significa anche «fertile»). Se il termine mèrda (specie se sèca) ricorre quasi solo nelle liti, il più gentile càca si lega all’ambito infantile («l’è contènt come ’n pütì nela sò càca»).

Dieci parole, quindi. Gli eschimesi per la neve, noi per la cacca. Ma in fondo non ci è andata così male: gli eschimesi il gelo, noi il sorriso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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