Dialetto politicamente corretto? Ma erano altri tempi

Te me fet àscher! Se ne parlava giusto domenica scorsa. Mi è stato chiesto se àscher ha qualche relazione con àscaro, termine che designava i soldati indigeni delle colonie – Eritrea e Somalia – arruolati nell’esercito italiano. No, non c’entra nulla: questo ascaro viene dall’arabo ‘askari, e vuol dire soldato.
E però questo vocabolo veniva comunemente usato anche in dialetto. Il bresciano, soprattutto nei tempi andati, che fosse il «politicamente corretto» proprio non lo immaginava nemmeno; espressioni discriminatorie, se non addirittura razziste, erano di uso comune; bastava che il bambino, appena tornato dalla colonia marina, fosse un poco abbronzato, perché si sentisse dire: «Te me somèet en àscaro!».
Ricordo un amico di gioventù dalla pelle appena più scura del pallidume imperante da noi nei mesi invernali, che tutti chiamavano Negus. Del resto, ben rammentiamo come venivano chiamati gli italiani del Centro-Sud e come ci si rivolgeva ai tugnì che abitavano appena oltre Ponte Caffaro o nella Valvestino un tempo austroungarica. Oggi il mondo è un grande villaggio e nessun luogo è più lontano; così dobbiamo fare uno sforzo per ricordare la percezione dello spazio geografico che si aveva nel secolo scorso, quando tutto ciò che veniva da oltre l’orizzonte non di rado era sentito come esotico.
Negli anni ’50 e ’60, quando era in corso la guerra per la liberazione dell’Algeria, era comune rivolgersi a un bambino vivace e un po’ ribelle con l’epiteto di «algerino»: «Sta atento, te, algerino, che se te rive...». Ma di solito ero più svelto io del nonno!
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