Ma non è il tempo della taccagneria!

«Te a mà, pütì, che le palanchine le fa prest a nà!»: ecco un altro degli inviti delle nonne di un tempo ai loro nipoti. Bella l’espressione tegner a mà – «tenere a mano» – che in bresciano sta per «risparmiare». Il Vocabolario dei Seminaristi (1759) riporta anche la forma viver con spargìrica (o anche spargìrec); il Melchiori (1817) dà anche sparagnà; riconosciamo in entrambi i casi l’origine germanica: sparen, ancora nel tedesco di oggi, vale appunto «risparmiare». Chi vive il risparmio in modo nevrotico, si fa tacàgn, vocabolo di etimologia discussa, forse dallo spagnolo tacaño, a sua volta dall’ebraico taqanáh, con significato analogo al bresciano.
Nel dialetto, tra i tanti termini per definire l’avaro, spesso oggetto di derisione, vi è pure lisna (anche nell’accrescitivo lisnù, avaraccio): che ha a che vedere la lesina, «noto» attrezzo da calzolaio, con l’avarizia? In una raccolta di dialoghi, raccolti dallo economo della spilorceria, pubblicata a Vicenza nel 1589 da Francesco Maria Vialardi, si narrano le vicende di una compagnia di avari – la Compagnia della Lesina appunto – i cui antenati – i Taccagnoni – si mettevano infino a rattacconar le scarpete, e le pianelle – le ciabatte – con le proprie mani per non ispendere: verrà da lì? Sempre a proposito di avarizia, non si può dimenticare tiraca.
Le «tirache», si sa, sono le bretelle; tirà – non solo in dialetto – lo si usa anche quando appunto «si tira sul prezzo»; e aiga le tirache strete è l’espressione che definisce chi ha un cattivo rapporto con la generosità. Un appello ai nonni e alle nonne, dunque: con i nipoti ocio ale tirache strete!
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