Dalla Triumplina al West: «Ranget, ranger!»

Chi è che non conosce, almeno di fama, Tex Willer, l’esponente più illustre dei ranger del Texas? La sua vita è tutta un avventuroso vagare lungo la frontiera del West. Ebbene, anche il significato di un vocabolo ha spesso lo stesso destino: quello di vagare da una lingua all’altra, da un secolo all’altro lungo le frontiere della comunicazione umana, assumendo forme sempre nuove e diverse. E passando magari anche da Brescia.
«Ranget, ranger!» Arrangiati, ranger! sembra un gioco di parole. Ma che ha mai a che vedere il nostro rangiàs con Aquila della notte? Alla sorgente c’è probabilmente un’antica radice germanica (arrivataci però attraverso il francese): hring che indicava qualcosa di curvo (ad esempio un ring, un anello); da lì è poi passato a significare disporre in cerchio o anche disporre in ordine o disporsi in schiere (si pensi a rango). Il vocabolo riprende però l’immagine del cerchio anche per esprimere un’altra idea: quella di vagare senza meta, girare intorno, vagabondare. È appunto la magia del sercol, il cerchio, figura geometrica che evoca nello stesso tempo la statica compiutezza e l’eterno movimento.
Ed è all’incrocio di questi due significati, tra movimento e staticità, che ranger e rangiàs si sono separati per prendere strade diverse: rangiàs si è accomodato al centro del sercol; significa infatti, mettere in fila le proprie risorse, disporle con ordine, organizzarle per poter infine provvedere autonomamente a sé stessi; il ranger invece ha preferito cavalcare lungo la circonferenza, girovagare errabondo per i deserti e le praterie. E così l’anello – anzi el sercol – si chiude!
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@Domenica
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