La suocera betonica qui giace

«La suocera Betonica qui giace, portata a seppellir già un’altra volta…”: così – ricordate? – chiude La Madona del dutur, nota poesia di Angelo Canossi, scritta quando ancora si poteva dare impunemente della betonega alla suocera. Betonega è termine nato in quel di Venezia, prendendo a prestito il nome di un’erba – la Betonica officinalis – pianta comunissima; dalla laguna veneta, stante l’universalità dei comportamenti «suocereschi», l’espressione si è poi diffusa in buona parte del Settentrione.
E dire che alla betonica un tempo erano attribuiti moltissimi pregi: il Mattioli, medico e botanico del Cinquecento, ricorda che custodisce ella l’anime e i corpi de gli uomini e i viaggi notturni da i pericoli e maleficii, assicura e difende i luoghi sacri, e i cimiteri dalle visioni che inducono timori, e paure. Erba non da poco, dunque!
E allora da dove viene l’irriverente «suocerico» significato oggi tanto diffuso (e applicato talvolta anche a donne che anagraficamente suocere non sono)? In un primo tempo l’epiteto «betonega» era «neutro»; a Venezia si diceva xe cognossuo come la betonega per dire: «Ti conoscono tutti, sei dappertutto»; dal «ti conoscono tutti» al «sei sempre tra i piedi» il passo però è breve. Così a fine Ottocento il Tiraboschi, autore dello storico dizionario dei dialetti bergamaschi (1873), attesta l’espressione cürius come la petònega. L’accezione è ben diffusa anche dalle nostre parti e quasi tutti i dizionari del dialetto bresciano ricordano appunto il significato «suocerale» del termine. Che le destinatarie – sia detto benevolmente – se ne facciano dunque una ragione!
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