Ricordate la maestra (o forse la professoressa delle medie) quando, l’indice levato al cielo, ricordava che «L’avverbio è quella parte invariabile del discorso che modifica, specifica o determina il significato di verbi, aggettivi, nomi o altri avverbi»?
Anche il dialetto ha gli avverbi? Ovvio, ci mancherebbe altro! Tra i tanti, i più curiosi sono quegli avverbi di modo (a volte, per essere precisi, si tratta locuzioni avverbiali) che in bresciano terminano in -ù. Si tratta perlopiù di avverbi che indicano un atteggiamento del corpo, anzi, come si ama dire oggi, una «postura» (vocabolo che a me, quando lo sento, puzza sempre di falsità: empustùra).
A ben vedere, gli avverbi in -ù non sono poi tanti.
Ma eccone alcuni: a svultulù (ruzzoloni, a capitomboli); en gatù (carponi, a quattro zampe, branciconi); bocaiù o bocadù (prono, chinato verso terra); en zünüciù (ginocchioni, con le ginocchia a terra); a palpù (tentoni, brancoloni).
Ma il più curioso e particolare, che, per quel che so, non credo abbia equivalenti perfetti in altre lingue, è… ma prima di enunciarlo bisogna ricordare che il mondo del dialetto, assai più prossimo alla rude concretezza della vita, ha una concezione della volgarità diversa e più disinvolta di quella della lingua italiana.
L’avverbio in questione è en cülbüzù, che il Pasquini (2014) rende “a bucopunzoni”, o anche “a buco pillonzi” (ma si tratta, in entrambi i casi, di toscanismi). Insomma, chinati e con il sedere in alto; una posizione che verrebbe da definire… «culinaria».
Ricordate la «postura» delle donne che lavano i panni in riva al fiume? Ecco: stavano en cülbüzù.




