Dan Martinazzi: «Scrivo di notte, ma certe cose sono del giorno»

Domani sera il musicista presenta il suo libro «Minimalismi» allo Spazio Illich. Il 24 ottobre sarà invece all’Admr di Chiari con il repertorio di Frank Zappa
Enrico Danesi
Dan Martinazzi
Dan Martinazzi

Musicista votato al blues come al rock alternativo, latore di una passione manifesta per Frank Zappa, il bresciano Dan Martinazzi coltiva da sempre la scrittura come spazio intimo. Se in passato ha frequentato i territori della poesia (con la raccolta «Il cimitero di neve», del 1999), le sue parole assumono ora la forma della meditazione breve, dell’aforisma e dell’intuizione folgorante, raggruppati sotto il titolo «Minimalismi», un volume pubblicato da Calibano Editore (pp.108, euro 12), che sarà presentato domani allo Spazio Illich (alle 18.30, in via Dei Mille 22, con ingresso libero e l’organizzazione della Libreria Florville). In veste di musicista, Martinazzi sarà invece sabato 24 ottobre, alle 21, all’Admr di Chiari, con il repertorio di Zappa.

Il saggio è articolato in sette sezioni e ogni frase, scritta in prima o terza persona e ridotta all’essenziale, mette alla prova le certezze con cui cerchiamo di dare un ordine alla vita. Lo fa esercitando il potere del dubbio, attraverso una riflessione che si dipana «tra osservazione del quotidiano e domande radicali sul senso del vivere, lasciando emergere il valore degli affetti e dei gesti più semplici».

Dan Martinazzi: sono pensieri scritti nel corso degli anni o vergati di getto?

Non ho recuperato vecchi diari o taccuini…Ho invece riempito un quaderno nel corso di sei-sette mesi: letteralmente, perché scrivo a mano e solo alla fine trascrivo in pdf. Ho immaginato il libro come uno «strumento spirituale, alla maniera di Mallarmé.

La prima sezione, «Nictografia», rimanda al sistema di scrittura al buio ideato da Lewis Carroll (lo scrittore e matematico, autore di «Alice nel Paese delle Meraviglie»). C’è sottintesa anche un’attitudine alla scrittura notturna?

Alludo a quel tipo di scrittura su carta in cui non vedi ciò che scrivi, se non utilizzando una luce particolare, sorta di codice d’accesso. Ma poi è vero che scrivo molto di notte, perché la notte è stimolante, anche se non adatta ad alcune cose, che è meglio tenere per la luce del giorno.

Un pensiero curioso, e trasversale ai diversi capitoli, è «la solitudine di Dio». Perché la affascina tanto?

Perché ci lamentiamo spesso della nostra solitudine, e non ci ricordiamo mai della sua, assoluta. Proprio noi, che siamo circondati da tutto e per trovare davvero un po’ di solitudine dobbiamo lottare, sgomitare...Nel confronto – ricorrendo allo humour che è nel mio dna – volevo ridimensionare un poco i nostri patimenti, i nostri grattacapi quotidiani. Pensare alla solitudine di Dio mi rincuora, mi rasserena.

Ci sono autori e artisti che ricorrono più di altri, nelle sue cogitazioni: l’aforista Emile Cioran, i poeti Esenin e Baudelaire, il musicista Bach. Rappresentano il suo Pantheon personale?

In generale, mi piace chi dice le cose come stanno. Baudelaire è il «papà» spirituale, Esenin e Cioran spiriti affini, Bach il genio la cui musica non mi stanca mai. Ma nel Pantheon ci sono anche Marco Aurelio, Buddha e il poeta persiano Omar Khayyam.

Nella sua incisiva prefazione, Carlotta Zoli parla di «lucidità tagliente» nell’abitare l’esistenza e «raccontarla con occhio critico». Si riconosce nel ritratto?

In pieno. Ciò che voglio dire, in questo libro come nel prossimo (lo sto già scrivendo: ha la stessa forma, ma è più cattivo), è che non ho mai davvero voluto partecipare a una commedia che non è la mia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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