Marco D’Agostin, premio Ubu 2018 come miglior performer under 35, premio Ubu 2023 e 2025 per il miglior spettacolo di danza («Gli anni» e «Asteroide»), artista associato del Piccolo Teatro di Milano, porta in scena il primo amore. Il suo. Quando, prima ancora di sognare di diventare un danzatore, aveva la passione per lo sci di fondo e nel cuore un solo grande mito: la campionessa olimpica Stefania Belmondo.
Con «First love», in scena il 3 novembre alle 20.30 al Teatro delle Ali di Breno e in replica giovedì alle 20.45 all’Odeon di Lumezzane, D’Agostin propone una rilettura ironica e originale della più celebre gara della campionessa piemontese: la 15km a tecnica libera delle Olimpiadi di Salt Lake City 2002. Sospeso tra il teatro e la danza, tra autobiografia e racconto, lo spettacolo, mentre ripercorre salite e discese, momenti di esaltazione, difficoltà e incidenti, si fa «grido»: «Quel primo amore, che strappava il petto come e più di qualsiasi altro, aveva ragione di esistere».
D’Agostin, come è nato l’incontro con Stefania Belmondo?
È stato una bellissima casualità. All’inizio volevo sapere tutti i dettagli sulla sua gara più famosa, come l’aveva vissuta, visto che dopo quelle Olimpiadi si ritirò. Ma lei, complice il titolo, voleva solo parlarmi d’amore, del fatto, cioè, che nella vita solo la montagna non l’aveva mai tradita. Mi ha raccontato della sua ultima sciata: una sera, al chiaro di luna, senza torcia, ma con il bosco perfettamente illuminato. A un certo punto iniziò a nevicare e lei si mise a piangere. Nello spettacolo c’è proprio una scena dedicata a questa nevicata al chiaro di luna.

Come è costruito lo spettacolo?
Della gara io conservo la videocassetta, l’avevo registrata perché ero innamorato della telecronaca di Franco Bragagna. Quello che ho tentato di fare è stato tradurre quelle immagini in una danza, restituendo il movimento tecnico dello sci di fondo, ma anche la cantilena tipica della telecronaca di Bragagna. La mia idea era ricostruire tutto fedelmente dall’inizio alla fine, anche nella durata, per questo lo spettacolo dura 45 minuti. Alla fine ho ricreato una gara per me stesso: ripercorro la telecronaca di Bragagna con la voce mentre con il corpo danzo.
Esistono dei punti di contatto tra lo sci e la danza?
I metodi di misura dello danza non sono gli stessi dello sport, sono di tipo estetico, emotivo, intellettuale. Il mio spettacolo però è iniettato dello stesso agonismo che ho provato sulla mia pelle da atleta. Nello sci di fondo, in realtà, il gesto della scivolata sulla neve, questa proiezione del corpo oltre i propri limiti, che scivola verso l’orizzonte ha molto a che vedere con il corpo nella danza.
Qual è il cuore dello spettacolo?
Il tema più che altro è la nostalgia. Il punto di contatto tra la mia storia e chi viene a vedermi a teatro è proprio il titolo, «First love»: qualcosa che da giovani ci ha appassionato, un amore folle, cieco, che magari gli altri nemmeno capivano – i miei compagni di scuola non avevano idea di chi fosse la Belmondo – e alla quale ripensiamo da adulti. Quella passione adesso non ci appartiene più, ma ci ha anche reso quello che siamo.



