Con Amitav Ghosh e Siri Hustvedt «storie dei fantasmi delle nostre vite»

Nel suo ultimo libro lo scrittore indiano esplora il tema della circolarità del tempo. La scrittrice ha presentato il suo racconto intimo di 43 anni condivisi con Paul Aster
Nicola Rocchi
Amitav Ghosh e Siri Hustvedt
Amitav Ghosh e Siri Hustvedt

Come funziona la mente di uno scrittore? Per Amitav Ghosh, essa cerca di «superare i confini dell’inesplicabile, che quando irrompe fa diventare il mondo più meraviglioso». Lo scrittore indiano – autore di molti romanzi e di saggi fondamentali sui legami tra colonialismo, capitalismo e crisi climatica – ha presentato al Festivaletteratura di Mantova il romanzo «L’occhio fantasma» (Einaudi, 344 pp., 21 euro).

La storia inizia a Calcutta nel 1969 e prosegue nella seconda parte a Brooklyn durante il lockdown: ruota intorno alla «inesplicabile» vicenda di una bambina di tre anni, Varsha, che sembra ricordare i dettagli di una vita precedente.

Premonizioni

«Il termine reincarnazione – spiega Ghosh – ha una connotazione religiosa che non mi piace, io sono agnostico. Ma so che ci sono nel mondo tanti casi ben documentati di bambini che hanno memoria di una vita passata. Ricordi che si manifestano anche in tracce fisiche, con ferite o altri segni della vita precedente, o nel parlare perfettamente in una lingua diversa dalla loro. Per me è vero: il fisico Niels Bohr, d’altra parte, ha detto che dietro ogni cosa reale c’è qualcosa di irreale e la fisica quantistica tratta proprio di temi come la circolarità del tempo».

«Come scrittore – prosegue Ghosh – si comincia a capire che certe cose in apparenza improbabili esistono, ed è nostro dovere riportarle sulle pagine. Molti di noi hanno premonizioni: quando scrivono di qualcosa, essa avviene nella realtà. In un romanzo ("L’isola dei fucili” del 2019, ndr.) immaginai un tornado a Venezia; pochi mesi dopo accadde veramente. Le premonizioni sono abbastanza comuni e anche questo fa pensare che il tempo non proceda in maniera lineare».

La cosa importante è aprire la mente: «Cambiare le proprie percezioni è uno dei progetti degli esseri umani. Ci sono tanti metodi per farlo. Qualcuno si aiuta con sostanze psicotrope, ma io non le uso: per me è la scrittura che fa cambiare la coscienza!». Non gli serve neppure l’intelligenza artificiale: «Non la uso per scrivere, perché penso che sia modellata su una mente che coincide col cervello. Ma anche il corpo determina il modo in cui noi formuliamo i nostri pensieri. Il computer non ha un corpo, e quindi non può avere premonizioni».

Ben legato al corpo è anche il suo interesse per il cibo: «Lo amo, mi piace mangiare e cucinare. Penso che il cibo sia il mezzo primario di interazione tra uomo e ambiente. Nel Bengala da cui provengo c’erano tantissime varietà di pesce, ora sono poche; così anche per il riso, quasi tutto Ogm frutto dell’industrializzazione dell’agricoltura. Si tratta di sistemi estremamente fragili, controllati solo da due o tre corporation: una minaccia per me più grave dell’intelligenza artificiale e della crisi climatica». Su quest’ultima ha riflettuto già dieci anni fa nel saggio «La grande cecità»: «Da allora molti scrittori hanno trattato della crisi del pianeta e ne sono felice. Accadeva anche prima, ma l’ecosistema della letteratura li lasciava in disparte. È un mondo conservatore, vive nei classici e non è in grado di affrontare i problemi del mondo di oggi».

«Il fantasma di un grande scrittore»

Nel pomeriggio di ieri ha aleggiato sui cieli di Mantova anche il fantasma di un grande scrittore: l’americano Paul Auster, scomparso nell’aprile del 2024. La moglie Siri Hustvedt – anche lei scrittrice, autrice di romanzi, saggi e poesie – l’ha ricordato in un libro, «Storie di fantasmi» (Einaudi, 296 pp., 20 euro) che ha presentato con evidente emozione. È il racconto intimo di una convivenza durata 43 anni, di «un dialogo che scorre e scorrerà», iniziato fin dal primo incontro, nel 1981: «Ero andata con un’amica a un reading di poesie. All’uscita vidi questo bellissimo uomo, con giacca di cuoio e sigaretta in bocca, e le chiesi chi fosse. “È Paul Auster, il poeta” rispose. “Presentamelo subito” dissi».

Tempo irriconoscibile

Al tempo lineare della convivenza fa seguito quello della perdita, con il quale si apre il racconto: «Ero preparata alla sua assenza, ma non al fatto che il concetto di tempo si sarebbe trasformato fino a diventare irriconoscibile. Non immaginavo l’effetto sul mio tempo corporeo, legato all’esperienza sensoriale del vivere per anni con la stessa persona». Anche la struttura del libro, così, si è fatta frammentaria: «C’è la forma diaristica, ci sono lettere che scrissi a Paul e quelle che lui scrisse prima di morire per il nipotino Miles di pochi mesi. In quelle lettere si può sentire la sua voce mentre scrive: ha additato il tempo del futuro di Miles, ma ha mostrato anche il cerchio sempre rinnovato delle generazioni».

I ricordi di vita privata non sono addolciti: «Avevo deciso di non scrivere la sua agiografia. Volevo mostrare anche gli aspetti non stupendi delle nostre personalità. Paul era veramente testardo, e questa sua caparbietà era sia una forza, sia una debolezza. Come moglie potevo trovarla molto fastidiosa… ma non potevo non riconoscere quanto fosse parte integrante del suo modo di lavorare. Era assolutamente dedito alla causa del suo libro, da cui non si faceva mai distogliere».

Auster è autore di oltre trenta libri, Hustvedt di 14 volumi. «Nel libro parlo di come due scrittori possano influenzarsi reciprocamente. Ci siamo letti i nostri libri a vicenda; a volte mi è capitato di sentire una mia frase in un suo libro, e viceversa. Ma l’influsso profondo di decenni di dialogo ininterrotto non è rilevabile, diventa inconsapevole. È talmente parte di chi scrive da non poterlo più individuare in un’unica frase».

Hustvedt parla con la stessa passione del fantasma di Auster e di quello della sua America: «Nell’ultima lettera di Paul a Miles, lui scrive: io non sarò vivo alle prossime elezioni, non saprò se la repubblica è già morta o tenuta in vita dalle macchine. Viviamo sotto un governo protofascista che ha già accumulato un enorme potere. Anche se alle elezioni di Midterm vincessero i democratici, non possiamo sapere che non ci saranno violenze, né che la nostra repubblica sia salva. Non possiamo chiudere occhi e orecchie: dobbiamo resistere».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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