A Genova c’era Lisetta Carmi: fu lei a fotografare nel 1972 le prime donne transgender che vivevano nell’ex ghetto ebraico. I travestiti: così si chiamavano una volta. E così si intitolava il libro-reportage pubblicato da Essedi e poi riproposto da Contrasto pochi anni fa. A Brescia c’erano, invece, Armando Borno e la Casa delle Bambole di vicolo Rossovera. Un vicolo la cui fama è ben conosciuta dai bresciani, così come quella del quartiere che lo ospita: il Carmine, fino ai primi anni Duemila, era il luogo della prostituzione, della microcriminalità, della droga, ma anche della trasgressione sincera, delle battaglie e del riscatto.
A raccontare quotidianità e dettagli della casa di prostituzione dei primi travestiti bresciani è proprio Borno: l’ha fatto nel 2017 con «Lei, Armando», un libro-intervista a cura del giornalista Nicola Baroni (Morellini editore) nel quale descriveva e narrava la vita di marchette, travestimenti, matrimoni, dischi, ombretti, ciglia finte e sorellanza. Ora tornerà a farlo, con tantissime immagini: «Casa delle Bambole» diventerà infatti nel 2027 un libro fotografico pubblicato dalla belga Art Paper Editions, di nuovo a cura di Baroni, con le fotografie scattate da Borno tra i Settanta e gli Ottanta per documentare la vita in vicolo Rossovera.
Il progetto ha infatti vinto con Careof il bando Strategia Fotografia 2026 della Direzione generale creatività contemporanea. E non si limiterà alle pagine: le travestite di Armando si sposteranno poi sulle pareti di Palazzo Monti a Brescia e del Cassero di Bologna. «E se tutto va bene si farà anche un biopic», dice Borno.
Armando, cosa significa per lei la notizia della pubblicazione?
Siamo in ballo con tante cose, tanti bandi, ma di certo questa notizia è stata la più gaudiosa. Siamo arrivati settimi su 65 progetti. Io ci credevo, conoscendo la potenzialità dell’archivio e la forza delle immagini. Sono contento anche perché il Ministero della cultura con questo bando chiede che i progetti scavalchino i confini italiani portando la fotografia in tutto il mondo.

Ci sono immagini che esprimono proprio questa forza di cui parla. Per esempio, in «Lei, Armando» parla di un momento simbolicamente ed esteticamente molto significativo, ovvero quando si presentò per la leva militare con cappotto e collo di volpe… Fu coraggioso.
Sì. Destabilizzai una caserma con migliaia di persone. Tutta la piazza era piena di ragazzi, si creò un varco, come la spartizione del Mar Rosso. Pensavano di farmi dormire lì, ma si stava creando un casino e mi dovettero spostare d’urgenza all’ospedale militare.
Oltre che emozionanti le foto sono anche preziose dal punto di vista documentale. Ne ha scattate a migliaia. All’epoca ne intuiva già il futuro valore storico?
Assolutamente no. Magari! Ne avrei scattate 200mila, non 3mila. Avevo l’attrezzatura e soprattutto il tempo, con le notti in bianco che trascorrevo a causa di ciò che assumevo. Ero l’unico ad avere quel materiale. Se avessi pensato a questo esito clamoroso, avrei scattato di più. All’epoca però non c’era un secondo fine, era qualcosa di molto sentito, tutto figlio di notti insonni. È così che saltava fuori la bellezza.

Il Carmine è ancora così?
No, quel Carmine non esiste più, da almeno quattro o cinque anni. Anche perché la prostituzione si è spostata online.
La sua schiettezza spiazza. Le è mai capitato di trovare muri insuperabili o di ricevere critiche che l’hanno particolarmente ferita?
Critiche tutti i giorni. Era la fine dei Sessanta e bisognava sgomitare per uscire allo scoperto. La mia famiglia era di paese, conservatrice e cattolica, avevamo preti in casa giorno sì e giorno no. Mostrarsi in questa maniera – non in quanto persona gay, ma come travestito – significava infangare il nome di famiglia. Fu traumatico anche per i miei genitori e per le mie sorelle.
Rispetto a «Lei, Armando» come sarà questo libro?
Dobbiamo ancora decidere con la casa editrice, ma ci saranno 200 fotografie, scelte tra le più belle. Abbiamo tempo e materiale: uscirà qualcosa di davvero bello.
Anche «Casa delle bambole» sarà dedicato a Lea, «pioniera assoluta» come la definì nel 2017?
No. Mi piacerebbe – se ci sarà la possibilità – di dedicarlo a Fabrizia, un’altra delle pioniere di Brescia con Lea, Lora e Carlotta. Lea è stata la mia amata, resta nel mio cuore. Fabrizia era altrettanto in gamba: un personaggio poliedrico e generoso. Il suo sogno sarebbe stato scrivere un libro sulla Casa delle Bambole, mentre era in India: la malattia e la morte non gliel’hanno permesso.




