Venezia, Cruz e Bardem: «Il vero coraggio è continuare a guardare l’altro»

I due divi protagonisti alla Mostra di Venezia con «Bunker», il film in concorso di Florian Zeller, che non convince critica e pubblico
Enrico Danesi
Penelope Cruz e Javier Bardem alla Mostra del Cinema di Venezia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Penelope Cruz e Javier Bardem alla Mostra del Cinema di Venezia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Divi in coppia, e per una volta europei (ma amati anche da Hollywood), come d’altronde è un rappresentante del Vecchio Continente anche Florian Zeller, regista di «Bunker» uno dei film più attesi del concorso di quest’anno. Interpretato egregiamente da Penélope Cruz e Javier Bardem, marito e moglie nella vita reale e più volte insieme anche sul set, il film (che uscirà in Italia il 21 gennaio 2027) è stato accolto piuttosto tiepidamente alle proiezioni per stampa e pubblico.

La trama

Il plot ci porta a Londra, dove lo spagnolo Miguel Moreno si è stabilito con moglie e figli, per facilitare il proprio ingresso nel gotha dell’architettura. Mentre un magnate californiano lo vuole ingaggiare per costruire un bunker che protegga da ogni possibile deflagrazione (atomica, ambientale, sociale), il vicino di casa fa un buco nel muro di confine per «avere più luce» e sparisce pure il gatto, Miguel si ritrova a fronteggiare un’inaspettata crisi coniugale, determinata (anche) dal fatto che egli possa prendere in considerazione l’offerta dell’americano, moralmente ambigua agli occhi della consorte, la quale proprio non si capacita come non risulti tale anche ai suoi.

Convenzionale

Al primo film non tratto da un suo testo (è liberamente ispirato ad altro lungometraggio, l’argentino «El hombre de al lado» di Cohn & Duprat), il drammaturgo e scrittore francese (autore del vibrante «The Father – Nulla è come sembra» e del più pallido «The Son») inciampa proprio sull’elemento che ne ha decretato il successo, ossia la notevole capacità di costruire storie intorno all’incertezza della percezione, senza mai farsene travolgere.

Non accade neppure qui, in verità, ma a prezzo di uno svolgimento convenzionale e, diciamolo, «telefonato» in ogni sua fase, compreso il fin troppo dichiarato messaggio di fondo, che viene metaforicamente restituito con lo slogan «non scaviamo buchi, apriamo finestre».

Oltre il bunker

Parlando con i giornalisti in sala stampa, Bardem va dritto al senso del film: «Lavora in modo rigoroso sull’importanza della connessione tra le persone. Riguarda le società, ma anche il rapporto apparentemente più semplice tra due individui». Quindi prosegue, per sottolinearne la valenza ideale: «In un momento storico in cui siamo continuamente tentati dal desiderio di disconnetterci - perché è enorme il dolore che ci circonda, dall’emergenza climatica ai genocidi - il vero coraggio è non perdere la capacità di guardarci negli occhi e lasciare che l’altro ci tocchi, ci contamini. Non è facile, ma credo sia l’unica via d’uscita. L’alternativa è... il bunker».

In coppia

Bardem e Cruz, che erano arrivati mano nella mano, insieme – a beneficio della platea e della pletora di fotografi – ricostruiscono anche il loro ménage tra famiglia e set. «Ci conosciamo da oltre trent’anni – raccontano – e capita che litighiamo, ma mai sul lavoro. È ovvio che, quando prepariamo un film insieme, l’argomento entri nelle nostre conversazioni casalinghe, ma con equilibrio. E poi non ci è capitato così spesso... più o meno ogni cinque anni, perché altri progetti non ci sembravano adatti a noi, o non lo erano in quel momento della nostra vita».

Chiosa l’attrice spagnola cara ad Almodòvar: «Con “Bunker” invece non abbiamo avuto dubbi, perché Florian Zeller descrive una relazione piena di sfumature, che esplorano la vulnerabilità e la disperazione che tutti teniamo dentro. Sono personaggi complessi, che per noi due hanno rappresentato una bellissima sfida».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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