Ci sono l’epica, l’atmosfera, la tensione, lo spettacolo. Quanto alla storia, ci aveva già pensato Omero, con l’inimitabile archetipo del viaggio dell’eroe. Ma è lampante la personalità con la quale Christopher Nolan ha riletto la parabola di Ulisse, facendo scelte magari opinabili in termini di economia del racconto (e prima ancora, di casting), ma conferendogli un ritmo preciso (scandito dal commento sonoro maestosamente cupo di Ludwig Göransson) e una mirabile fisicità materica.
Il cineasta londinese esplicita nell’exergo («In un tempo di apparente magia») i capisaldi del suo approccio: da un lato il discorso sul tempo (e sulla memoria), centrale nel suo cinema, che lo scompone e lo percorre in ogni senso possibile, salvo riportarlo a unità differenti; dall’altro, la rivisitazione dell’Odissea – per i greci una storia sacra, nucleo fondativo di un’identità culturale e filosofica – depurata dagli aspetti più metafisici, sottolineando per contro l’elemento umano e la responsabilità delle proprie azioni da parte dei mortali, che non significa ripudiare il sovrannaturale ma ridimensionarne la portata.
La prima coordinata genera curiosamente - oltre che una potente riflessione sull’oblìo e sulla forza degli affetti quale lubrificante per la memoria arrugginita - la trama forse più lineare della filmografia di Nolan, che pure conserva la struttura omerica a pendolo, tra il passato e il doppio presente di Ulisse e del figlio Telemaco, fino a quando i loro percorsi non confluiscono; la seconda evita il rischio fantasy, alimentando un realismo mitologico che, anche quando apre all’arcano, non perde aderenza con ciò che è terreno.
L’impianto è noto: Ulisse dal multiforme ingegno ha inventato la mossa del cavallo per vincere la guerra di Troia, scatenata dal rapimento di Elena. Ma il modo ha offeso gli dei, per cui il trionfale viaggio di ritorno si trasforma in morte, in supplizio ovvero in un esodo smisurato. Ma la pietrosa Itaca – dove la paziente tessitrice Penelope e l’acerbo rampollo Telemaco vivono tra speranza e disperazione – attende l’eroe forgiato da mille battaglie e la sua vendetta contro i pretendenti che hanno bivaccato per anni, impuniti, nel suo palazzo, pur sapendo che non potrà «entrare dalla porta principale».
La rilettura
Nolan sacrifica personaggi (Mentore, che non ha spessore, su tutti) e passaggi memorabili del poema, come l’intermezzo con Nausicaa e i Feaci, ma anche Achille che nell’Ade riflette amaro sulla mancanza di valore della gloria, se serve soltanto a regnare sui morti. Altri, poi ne riduce a citazione. Laddove rilegge, lo fa invece con tratto immaginifico: l’episodio di Polifemo è spogliato dalle trovate che resero eterna la fama di Nessuno, eppure restituisce al Ciclope una ferinità che toglie il fiato; ed è spiazzante la sfida con la maga Circe in veste proto-femminista, che trasforma gli uomini in porci attraverso gesti di rieducazione posturale al limite del body horror.
Girato tra Italia, Grecia, Marocco, Scozia e Irlanda, «Odissea» è un film di rango e uno spettacolo godibile, non un capolavoro: gli manca quella visionarietà che Nolan aveva mostrato altrove («Memento», «Il cavaliere oscuro», «Interstellar», «Oppenheimer»).
E qualche punto lo perde per il cast, anche al netto dell’afro-messicana Lupita Nyong’o, incomprensibile nel doppio ruolo di Elena e Clitemnestra. Se Matt Damon/Ulisse è una credibile crasi tra Kirk Douglas e Bekim Fehmiu (protagonisti rispettivamente di «Ulisse» di Mario Camerini e della superba «Odissea» tv firmata da Rossi, Schivazappa e Bava) e John Leguizamo straordinario come Eumeo (il fedele guardiano dei porci), se piaccono Tom Holland (Telemaco), Charlize Theron (Calipso), Robert Pattinson (il pavido Antinoo) e Samantha Morton (Circe), c’è per contro un’Anne Hataway qui troppo lagnosa e legnosa per competere col ricordo di Silvana Mangano e (soprattutto) Irene Papas, mentre sono impalpabili Zendaya (Atena) e Mia Goth (l’infedele serva Melanto).



