Torna «Stand by me», il film che ha trasformato l’adolescenza in mito

A 40 anni dall’uscita, il cult di Rob Reiner tratto da Stephen King di nuovo al cinema per raccontare ancora amicizia, crescita e fine dell’infanzia: a Brescia sarà disponibile al Moretto
Cristiano Bolla
I quattro protagonisti del film
I quattro protagonisti del film

Ci sono immagini che, anche per chi non ha rivisto il film da anni, restano attaccate alla memoria: quattro ragazzi che camminano lungo i binari, una canzone capace di diventare subito indimenticabile, l’estate come promessa e come ferita, l’amicizia vissuta con l’intensità irripetibile dei dodici anni. «Stand by me - Ricordo di un’estate» è uno di quei film che sembrano appartenere a tutti, anche a chi lo ha incontrato solo di riflesso, attraverso le citazioni, le atmosfere, gli echi lasciati nel cinema e nella televisione.

A quarant’anni dall’uscita, il film di Rob Reiner torna ora sul grande schermo in versione 4K solo l’8, 9 e 10 giugno, grazie al progetto Nexo Studios Back to Cult. A Brescia sarà disponibile al Cinema Moretto con tre proiezioni: lunedì 8 alle 19.30 in lingua originale e martedì 09 alle 17.10 e alle 19.30 doppiato in italiano.

È l’occasione per rivedere un classico degli anni Ottanta, il ritorno in sala di un’opera che ha trasformato l’adolescenza in mito, raccontandola non come un’età spensierata, ma come il primo momento in cui si capisce davvero che il mondo può fare male.

Uscito negli Stati Uniti l’8 agosto 1986 (ma arrivato in Italia nel marzo 1987), «Stand by Me» è notoriamente tratto dal racconto «Il corpo» di Stephen King, incluso nella raccolta «Stagioni diverse» del 1982. Un’origine che può sorprendere chi associa King soprattutto all’horror, perché qui non ci sono mostri soprannaturali né apparizioni, ma, come nel caso del recente «The Long Walk», restano alcuni dei suoi temi più profondi: l’infanzia, la provincia americana, il trauma, la paura, il confine fragile tra immaginazione e realtà.

La trama

La storia è ambientata a Castle Rock e segue quattro amici, Gordie, Chris, Teddy e Vern, che dopo aver saputo della scomparsa di un ragazzo poco più grande di loro decidono di mettersi in cammino lungo i binari della ferrovia, attraversando i boschi dell’Oregon per cercarne il corpo. Quella che comincia come una spedizione segreta, quasi una prova di coraggio tra ragazzini, diventa presto un viaggio destinato a segnare per sempre il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Una scena del film
Una scena del film

Il film è interpretato da Wil Wheaton, River Phoenix (fratello di Joaquin, tragicamente scomparso nel 1993 a soli 23 anni), Corey Feldman e Jerry O’Connell nei ruoli dei quattro protagonisti, con Kiefer Sutherland nei panni del minaccioso Ace Merrill, Richard Dreyfuss come voce e volto del Gordie adulto e John Cusack nel ruolo del fratello maggiore Denny. Rob Reiner, che avrebbe poi diretto film come «Harry, ti presento Sally…», il kinghiano «Misery non deve morire» e «Codice d’onore», gira una storia piccola solo in apparenza, costruita intorno a un’avventura semplice e lineare. Eppure, proprio quella semplicità è il segreto della sua immortalità cinematografica: quattro ragazzi camminano, parlano, litigano, si sfidano, hanno paura, provano a mostrarsi più forti di quanto siano. Intorno a loro ci sono famiglie assenti o dolorose, adulti incapaci di proteggere, un futuro che appare già segnato dalle differenze sociali e dal peso dei cognomi.

Il fenomeno

L’importanza di «Stand by Me» sta soprattutto in questo: ha raccontato l’adolescenza senza addolcirla. Non l’ha trasformata in cartolina nostalgica, ma in un territorio pieno di contraddizioni, dove l’amicizia è assoluta e insieme fragile, dove il gioco convive con la morte, dove una battuta può nascondere una ferita. I quattro protagonisti non cercano solo un corpo: si avvicinano per la prima volta all’idea concreta della perdita. Il cadavere del ragazzo scomparso diventa il punto verso cui camminano, ma anche la soglia simbolica oltre la quale nulla potrà essere come prima. Per questo il film continua a parlare anche a spettatori lontani dagli anni Ottanta: perché non racconta una moda, un’epoca o una generazione precisa, ma un’esperienza riconoscibile, quella del momento in cui l’infanzia smette di proteggere e la realtà entra nella vita con una forza nuova.

Il regista Rob Reiner
Il regista Rob Reiner

A rendere il film ancora più memorabile contribuisce anche il suo titolo, preso dalla celebre canzone «Stand by Me» di Ben E. King, scritta con Jerry Leiber e Mike Stoller e inserita nella colonna sonora. Il brano, già famoso dagli anni Sessanta, tornò ai vertici delle classifiche proprio in seguito al successo del film, legandosi definitivamente alla sua identità. Ma il vero lascito di «Stand by Me» va oltre la musica e oltre la nostalgia: è un modo di raccontare i ragazzi come protagonisti assoluti, non come adulti in miniatura né come figure decorative. In questo senso, il film è diventato un modello per molto immaginario successivo, fino a serie come «Stranger Things», che hanno ripreso e rilanciato l’idea del gruppo di amici, della provincia americana, dell’avventura come prova di crescita e della paura affrontata insieme.

Memoria

Tra pochi giorni, per pochi giorni, possiamo tornare a quel punto d’origine. Prima che l’estetica anni Ottanta diventasse un linguaggio riconoscibile e (troppo) spesso imitato, «Stand by Me» aveva già trovato la sua forma più limpida: quattro amici, una strada ferrata, un’estate destinata a finire, una storia raccontata da un adulto che guarda indietro e comprende solo dopo quanto fosse decisivo quel tempo. È il motivo per cui il film non è rimasto soltanto un cult, ma è diventato una memoria condivisa. Non racconta l’adolescenza come la ricordiamo per comodità, ma come forse l’abbiamo davvero attraversata: luminosa e spaventosa, piena di promesse e di paure, irripetibile proprio perché destinata a finire.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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