Al Lido è sbarcata l’Oasis mania: «La reunion? Merito dei fan»

Liam e Noel Gallagher sono protagonisti del film che ne ripercorre carriera e ultima tournée: uscirà nelle sale il 10 settembre e poi su Disney+
Enrico Danesi
Gli Oasis alla Mostra internazionale del cinema di Venezia
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Gli Oasis alla Mostra internazionale del cinema di Venezia

Vibrazioni Oasis alla Mostra, con il rock che metterebbe addirittura il cinema all’angolo, se non fosse che c’è uno splendido Nanni Moretti a reclamare spazio e vetrina, sui media come in passerella. Ad ogni modo, nel sabato del villaggio festivaliero, i fratelli Gallagher planano sul Lido in modalità divistica, sebbene siano ragazzacci di Manchester avvezzi ad altre platee.

Ad accoglierli – con il direttore della Mostra internazionale del Cinema, il critico Alberto Barbera, che ne aveva assicurato la presenza a dispetto di tanta manifesta incredulità – torme di (giovani) fan, accampati da ore ai piedi del red carpet, sul quale Liam e Noel hanno fatto in serata la loro apparizione ufficiale dopo aver disertato la conferenza stampa del film «Oasis: Don’t Look Back In Anger» diretto dai documentaristi britannici Dylan Southern e Will Lovelace su copione del formidabile Steven Knight, autore (tra l’altro) di «Peaky Blinders»).

Noel e Liam Gallagher - Foto Ansa/Ettore Ferrari © www.giornaledibrescia.it
Noel e Liam Gallagher - Foto Ansa/Ettore Ferrari © www.giornaledibrescia.it

Diciott’anni condensati

Il film, che sarà nelle sale dal 10 settembre, prima dello streaming che arriverà in esclusiva a livello internazionale sulla piattaforma Disney+, liquida in pochi minuti i diciotto anni di attività (dal 1991 al 2009) di una delle rock band più rappresentative degli ultimi quarant’anni. Esordi dal basso che non sembrano portare da nessuna parte, l’orgoglio di voler diventare i migliori, l’esplosione nel ’94, la routine ad alti livelli, infine la rottura nel mezzo di una tournée, con i congiunti che smettono addirittura di parlarsi.

Sintesi consapevole e caparbia, perché il focus è chiaro e punta tutto sul racconto della reunion, preparata nel 2024 e realizzata l’anno successivo, recuperando en passant frammenti di storia passata, da rileggere alla luce di quanto avvenuto in seguito.

Il ruolo dei fan

Argomentavano i registi di fronte ai giornalisti: «Non ci sono mai state scuse formali: a riunire davvero i fratelli Gallagher è stato l’affetto del pubblico». Aggiungendo poi: «Onestamente, l’esito è stato incerto fin dal principio, anche perché, a parte la fotografia che ha lanciato il tour, i due non erano stati davvero nella stessa stanza per quindici anni! Quando guardate il film e vedete Liam entrare nel capannone delle prove, lamentarsi per qualcosa che c’è sulla batteria e urlare “Sbarazzatevene!”, dire “Ok, iniziamo”, suonare per due ore, riprendere la borsa e andarsene senza salutare… beh, è andata proprio così!». Ma alla fine delle prove, l’incertezza rimaneva: «Eravamo ancora lì a chiederci se si fossero riconciliati… A Cardiff (prima data del tour, ndr), abbiamo capito che l’ingrediente magico sono state le persone, che li hanno aspettati dal 2009. Loro stessi non immaginavano una reazione così emotiva da parte del pubblico. E quell’affetto ha avuto un effetto tangibile sul loro rapporto: li vedevi avvicinarsi sempre più, live dopo live».

Situazioni che il film sa cogliere, soprattutto attraverso gli sguardi ammirati di Noel (alle cui spalle, in ogni concerto, campeggiava il cartonato a grandezza naturale di Pep Guardiola), ma anche registrando le reazioni di molti spettatori (i pianti, la commozione, l’incredulità, la gioia) che fanno da detonatore a ciò che accade sul palco.

Non guardare indietro con rabbia, non più: su questo fondamento (impresso a fuoco in una delle canzoni più amate degli Oasis, che dà titolo al film) l’appartato creativo Noel e il vulcanico frontman Liam hanno rivisto il loro modo di relazionarsi, accettandosi per quello che sono.

Lo certifica anche lo sceneggiatore e regista britannico Steven Knight – espressamente richiesto dai Gallagher per la fase di scrittura nonostante non si fosse mai dedicato al documentario – chiosando: «C’è una bellissima espressione che dice “più si invecchia, più si diventa sé stessi”. Penso davvero che, man mano che invecchiavano e i loro figli crescevano, si siano liberati di molte zavorre: la spavalderia, le finzioni, la rabbia, il bisogno di dimostrare sempre qualcosa. Si sono guardati l’un l’altro e forse hanno pensato: “Beh, siamo uguali”».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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