Cinema

Chi è il vero «Mago del Cremlino» dietro al film sulle origini di Putin

Cristiano Bolla
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il film di Oliver Assayas racconta l’ascesa al potere di Vladimir Putin dal punto di vista del suo spin-doctor
Immagine estratta dal film «Il mago del Cremlino – Le origini di Putin»
Immagine estratta dal film «Il mago del Cremlino – Le origini di Putin»
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Non solo «Cime tempestose» e commedie erotiche come «Pillion». Per il weekend di San Valentino nelle sale italiane arriva «Il mago del Cremlino – Le origini di Putin», un film che sceglie di puntare i riflettori su una delle figure più controverse della storia contemporanea evitando il ritratto frontale. Lo “zar” Vladimir Putin è al centro della vicenda, ma lo sguardo è soprattutto rivolto a chi ha lavorato dietro le quinte, su chi ha costruito linguaggi, simboli e percezioni, contribuendo a trasformare un uomo di apparato in un leader capace di occupare la scena politica mondiale.

È un racconto che mette in primo piano la regia del potere, più che il potere stesso, e che prova a spiegare come un Paese come la Russia possa essere ancora oggi guidato anche attraverso l’immagine che ha di sé.

La regia è firmata da Olivier Assayas, cineasta francese che ha spesso riflettuto sul rapporto fra realtà, rappresentazione e manipolazione, attraversando generi e formati: dalla ricostruzione politica di «Carlos» all’inquietudine contemporanea di «Personal Shopper».

Qui affronta il materiale con un impianto da thriller politico e un cast internazionale: Jude Law interpreta Putin, Paul Dano è Vadim Baranov, Alicia Vikander veste i panni di Ksenia, mentre Jeffrey Wright, Tom Sturridge e Will Keen completano la galleria di figure che popolano la Russia del dopo Urss. La sceneggiatura è scritta da Assayas insieme a Emmanuel Carrère e prende le mosse dal romanzo di Giuliano da Empoli, costruito come una lunga confessione che attraversa anni di trasformazioni, ambizioni e compromessi.

Il film

Il film segue Vadim Baranov, artista e uomo di televisione che si muove nel caos della Russia degli anni Novanta, quando il Paese è attraversato da un senso diffuso di disordine e da un bisogno crescente di stabilità. Baranov intuisce che la politica non vive soltanto nelle decisioni, ma nella percezione: in ciò che la gente vede, teme, desidera. Entra così nel circuito degli oligarchi e dei media, fino a diventare un consigliere ascoltato, un «regista» capace di plasmare discorsi e costruire una narrazione nazionale.

In questa traiettoria incontra un ex funzionario dei servizi destinato a salire rapidamente ai vertici: Vladimir Vladimirovič Putin. L’ascesa dell’attuale Presidente della Russia viene mostrata come un processo: da un lato l’uomo che promette ordine e controllo, dall’altro chi rende quella promessa comunicabile, credibile, in grado di imporsi come inevitabile. Ksenia, nel percorso di Baranov, assume il ruolo di contrappeso umano e morale in un ambiente dove tutto tende a diventare strumento, mentre sullo sfondo si muovono uomini d’affari, intermediari e poteri paralleli che rimandano alla stagione degli oligarchi e agli equilibri fragili di quegli anni.

Le critiche

Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, «Il mago del Cremlino – Le origini di Putin» ha suscitato sin da subito reazioni contrastanti. Una parte della critica ha valorizzato l’ambizione del progetto, la scelta di raccontare la politica come costruzione di immagini e linguaggi e la prova di Jude Law, chiamato a interpretare un Putin “in formazione”, osservato più che spiegato. Altri commentatori hanno sottolineato un andamento diseguale e una certa freddezza, come se l’attenzione ai meccanismi prevalesse sulla densità emotiva dei personaggi, e hanno inevitabilmente riportato la discussione sul terreno delicato della rappresentazione: mettere in scena figure legate a una storia ancora apertissima significa esporsi a letture divergenti, anche per ciò che viene mostrato e per ciò che resta fuori campo.

La trama

È proprio a questo punto che affiora la storia vera dietro la finzione. Baranov non è un personaggio storico, ma è costruito come figura ispirata a Vladislav Surkov, a lungo considerato uno degli strateghi più influenti del putinismo: un uomo dell’apparato capace di incidere su comunicazione, consenso e architettura interna del sistema. Dopo un passaggio nel mondo della comunicazione e delle pubbliche relazioni, è entrato nell’Amministrazione presidenziale nel 1999 ed è restato per anni in posizioni di vertice, prima come vice capo e poi come primo vice capo di gabinetto, attraversando la transizione tra fine El’cin, consolidamento di Putin e la fase Medvedev.

In quel periodo è spesso descritto come uno degli «ingegneri» della politica interna del Cremlino, legato alla costruzione del sistema di partito dominante e al rapporto con movimenti giovanili filogovernativi. È inoltre il nome più associato alla formula della «democrazia sovrana», concetto introdotto nel 2006 per rivendicare un modello russo che rifiuta parametri esterni e legittima una verticalizzazione del potere, anche sul piano del linguaggio pubblico.

Dal 2011 Surkov è passato al governo come vicepremier e, in seguito, è tornato al Cremlino nel 2013 come assistente del presidente, con deleghe che includevano dossier sensibili legati all’area post-sovietica e alla crisi ucraina, fino alla rimozione dall’incarico nel febbraio 2020. Il suo nome è comparso inoltre tra quelli colpiti dalle sanzioni occidentali dopo il 2014, elemento che segnala quanto venisse percepito come figura rilevante nelle dinamiche del potere di Mosca.

E, come accade spesso per chi lavora dietro le quinte, la sua parabola recente è diventata terreno fertile per indiscrezioni difficili da verificare: nell’aprile 2022 si sono rincorse voci su un possibile arresto domiciliare o confinamento, presentate fin dall’inizio come non confermate e mai chiarite in modo definitivo da fonti ufficiali. Proprio questa miscela di ruolo storico documentato e nebbia sugli anni più recenti contribuisce a rafforzarne l’aura ambigua, che il film intercetta trasformandola in materia narrativa.

In questo equilibrio fra verità storica e invenzione narrativa, «Il mago del Cremlino – Le origini di Putin» tenta di raccontare non soltanto un leader, ma il laboratorio che rende possibile un leader: un luogo in cui la politica diventa racconto, il racconto diventa realtà e chi governa l’immagine può influire quanto chi occupa formalmente il potere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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