Il mito di Jim Morrison rivive: il ritorno di «The Doors» al cinema

Il biopic diretto da Oliver Stone sarà in sala dal 13 al 15 luglio 2026 in versione restaurata in 4k: in qualche modo, può essere considerato tra i precursori delle pellicole musicali che tanto funzionano negli ultimi anni
Cristiano Bolla
La locandina di The Doors
La locandina di The Doors

The Doors» non è mai stato soltanto un film musicale. Quando uscì nel 1991, il biopic diretto da Oliver Stone arrivò al cinema con l’ambizione di raccontare Jim Morrison non solo come cantante, ma come immagine, febbre, corpo scenico e simbolo di un’intera stagione culturale. Ora il film torna nelle sale italiane, dal 13 al 15 luglio 2026, in versione restaurata in 4K, in una Director’s Final Cut (ovvero una versione rivista dal regista stesso) e accompagnata da un lavoro sul suono pensato per restituire alla sala la dimensione fisica del concerto. Un ritorno che parla ai nostalgici dei Doors, ma anche ad un pubblico ormai abituato a vedere le vite dei grandi musicisti trasformate in racconto cinematografico.

Stone ha costruito «The Doors» come un viaggio nell’ascesa e nella caduta di Morrison, interpretato da un Val Kilmer destinato a restare nella memoria per somiglianza, presenza e intensità. Il film parte dalla formazione del futuro cantante, dal suo rapporto con la poesia, il cinema e le visioni della controcultura americana, per poi seguire la nascita della band a Los Angeles, l’incontro con Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, l’esplosione del successo e la progressiva trasformazione di Morrison in idolo fragile, carismatico e autodistruttivo. Attraversa concerti, tensioni interne, eccessi, rapporti sentimentali e provocazioni pubbliche, ma Stone non vuole tanto archiviare i fatti, quanto ricreare l’atmosfera di un’epoca in cui il rock poteva sembrare rito collettivo, teatro politico, esperienza sensoriale.

Il cast

Al centro resta il rapporto tra Morrison e Pamela Courson, interpretata da Meg Ryan, figura decisiva nella costruzione privata del personaggio e al tempo stesso presenza inevitabilmente schiacciata dalla leggenda del frontman. Accanto a Kilmer, Kyle MacLachlan veste i panni di Ray Manzarek, Frank Whaley quelli di Robby Krieger, Kevin Dillon quelli di John Densmore. Nel cast compaiono anche Michael Wincott, Kathleen Quinlan, Michael Madsen, Billy Idol e Crispin Glover, chiamato a incarnare Andy Warhol. È un insieme che dice molto del progetto: «The Doors» non racconta soltanto una band, ma un ecosistema culturale fatto di musica, cinema sperimentale, arte pop, poesia maledetta, droga, spiritualità e spettacolo.

Meg Ryan e Val Kilmer in The Doors
Meg Ryan e Val Kilmer in The Doors

La prova del compianto Val Kilmer è ancora oggi una delle ragioni principali per rivedere il film. L’attore non si è limitato a imitare Morrison: ne ha assorbito postura, voce, lentezza, sguardo, sensualità da palco e improvvisi vuoti interiori. Il risultato è una performance che ha contribuito in modo decisivo a fissare nell’immaginario degli anni Novanta una certa idea del cantante: il poeta sciamano, il ribelle bello e perduto, l’artista che brucia troppo in fretta. È anche qui che il film mostra la sua forza e il suo limite. «The Doors» è un’opera magnetica, ma non pacificata; celebrativa, ma non documentaria; potente, ma discussa. Alcuni membri della band contestarono la centralità quasi assoluta data a Morrison e la rappresentazione degli eccessi, ritenuta sbilanciata rispetto alla dimensione collettiva del gruppo. Proprio questa frizione, però, rende il film ancora interessante: non è la verità definitiva sui Doors, ma la visione di Oliver Stone sul mito dei Doors.

Il trend

Rivisto oggi, «The Doors» appare anche come un titolo anticipatore. Molto prima della grande ondata recente dei biopic musicali, Stone aveva già intuito quanto le vite delle rockstar fossero materia ideale per il cinema contemporaneo: storie riconoscibili, canzoni entrate nella memoria collettiva, parabole drammatiche, conflitti familiari, successo, dipendenze, cadute e resurrezioni. Negli ultimi anni il genere è diventato un vero filone industriale, con risultati molto diversi: «Bohemian Rhapsody» ha trasformato Freddie Mercury e i Queen in un fenomeno pop globale anche al botteghino; «Rocketman» ha scelto per Elton John una forma più esplicitamente musicale e fantastica; «Elvis» di Baz Luhrmann ha rilanciato il re del rock attraverso un’estetica barocca e travolgente; «Bob Marley: One Love» ha riportato al centro il reggae come identità spirituale e politica; «Back to Black» ha affrontato la vicenda dolorosa di Amy Winehouse; «Better Man» ha scelto una strada sorprendente per Robbie Williams, rappresentandolo attraverso una figura digitale di scimmia; «A Complete Unknown» ha guardato agli anni decisivi di Bob Dylan e alla sua svolta elettrica; e infine «Michael», autentico fenomeno al botteghino che ha dato il via ad una (per molti versi eccessiva) rivisitazione del mito del Re del Pop.

In questo panorama, «The Doors» resta più selvaggio e meno addomesticato. Molti biopic recenti tendono a rassicurare lo spettatore, a ricomporre il caos della vita in un percorso leggibile: il talento, il trauma, il successo, la crisi, la consacrazione. Stone, invece, lavora su una materia meno ordinata. Il suo Morrison non viene spiegato fino in fondo, né assolto, né condannato una volta per tutte.

Un biopic incisivo

Il motivo per cui il cinema continua a tornare a queste storie è semplice solo in apparenza. I musicisti celebri offrono già una drammaturgia pronta: brani conosciuti, look memorabili, performance pubbliche, cadute private. Ma il biopic musicale funziona davvero quando non si limita a illustrare una discografia. Funziona quando usa la vita dell’artista per raccontare qualcosa di più ampio: il rapporto tra pubblico e idolo, tra industria e creatività, tra successo e consumo del corpo, tra memoria personale e patrimonio collettivo. Il cinema è interessato a queste figure perché sono, per definizione, personaggi doppi: appartengono alla propria biografia e insieme alla fantasia di milioni di persone. «The Doors» parla esattamente di questa frattura. Jim Morrison è un giovane poeta attratto da Blake, Nietzsche, dal cinema europeo e dalle possibilità estreme della performance; ma diventa anche un marchio, una voce, un poster, un desiderio di massa. Stone mostra il momento in cui l’artista non controlla più la propria immagine, o forse decide di abitarla fino alle conseguenze più distruttive. È qui che il film conserva il suo valore come biopic culturale: non perché sia il ritratto più equilibrato dei Doors, ma perché mostra come nasce un mito pop e quanto possa essere pericoloso viverci dentro.

A più di trent’anni dall’uscita, la riedizione in 4K non consegna dunque un reperto d’epoca, ma un film ancora vivo nelle sue contraddizioni. «The Doors» è eccessivo, enfatico, a tratti discutibile, ma difficilmente indifferente. È un’opera che appartiene tanto agli anni Sessanta che racconta quanto agli anni Novanta che l’hanno immaginata di nuovo. E oggi, nel pieno della nuova fortuna dei biopic musicali, torna utile per ricordare una cosa: il cinema non cerca nelle rockstar soltanto la musica, ma il punto in cui una vita privata diventa racconto pubblico, leggenda, merce, dolore e memoria condivisa. In quel punto instabile, Jim Morrison continua a cantare.

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