«È stata un’esperienza bellissima, quella di “Balcanica”. Da parte mia, c’è molta vicinanza alla tematica, che mi tocca, mi muove, mi commuove. Detto altrimenti: mi emoziona». Anche con il filtro del telefono, si percepisce il trasporto nelle parole di Matilda De Angelis, attrice bolognese tra le più apprezzate del nostro cinema, riguardo al film che ha interpretato con la regia di Nicola Sorcinelli (contribuendo alla produzione), e che ha vinto il Premio del Pubblico alle Giornate degli Autori, rassegna a latere della Mostra del Cinema di Venezia.
Un’opera prima asciutta e pregnante, già nelle sale, che lunedì 12 ottobre sarà accompagnata dallo stesso Sorcinelli alla proiezione delle 19 al Cinema Moretto di Brescia. «Balcanica» registra l’incontro, in una terra di mezzo definita sommariamente dal titolo, tra due strumentisti afgani – Nazar e Jalil, padre e figlio, fuggiti dal loro paese dopo che i talebani hanno messo al bando la musica – e Greta, una dottoressa italiana che si sta ambientando con fatica nel mondo degli aiuti umanitari.

Gli uomini hanno alle spalle una dolorosa odissea, ma non riescono – a causa dei respingimenti sempre più violenti – a scavallare l’ostacolo finale, che li separa dall’Europa e dalla promessa di una vita in cui le note tornino protagoniste; la giovane donna è invece angosciata dall’impotenza delusa di chi non riesce a incidere sugli eventi, eppure non vuole arrendersi.
Matilda, come si è calata in un ruolo così diverso da quelli che interpreta in genere?
È stata un’esperienza speciale anche dall’interno, sul piano attoriale e umano. Sono abituata a personaggi per i quali bisogna essere in controllo. A quello di Greta, per contro, mi sono abbandonata in maniera istintiva, pur rimanendo dentro un tracciato preciso, perché non era da rendere improvvisando. È stato liberatorio, lo ritengo un grande dono nella mia carriera.
Ha sposato un progetto piccolo sulla carta, in cui è stata una presenza luminosa. Come ci è arrivata?
Il primo approccio alla sceneggiatura è stato quasi cinque anni fa, tramite il mio agente: me ne sono innamorata subito. Ma in Italia, per girare delle opere prime c’è bisogno di tanto tempo, dunque ho aspettato: ogni tanto chiamavo Sorcinelli e gli facevo sapere che continuavo a pensarlo, cosa che mi capita raramente. Alla fine, ce l’abbiamo fatta.
È giovane ma già una veterana, con diciotto lungometraggi in archivio: come si è trovata con un autore all’esordio?
Nicola è un regista e una persona di grande sensibilità, che lavora senza l’ego di mezzo. O, meglio, trattiene solo quello buono, perché un po’ di ego è importante, in questo mestiere. Fa di tutto per creare un ambiente di bellezza, ascolto e rispetto. Quindi è stato davvero facile interagire con lui, senza contare che ci siamo trovati in sintonia fin dal principio, perché condividiamo poetica e visione romantica della vita.
Ci parli del set.
C’erano poche persone, al massimo una ventina: c’erano pochissimi italiani, ed erano soprattutto serbi o croati. Tutti però animati dalla voglia, spontanea, di fare insieme una cosa bella, forte, significativa. Per me, abituata a set affollati e rumorosi, anche dispersivi, è stato davvero rilassante.

A parte quest’ultima creatura, ovviamente coccolata, a quale film dei suoi è più affezionata?
Mentirei, se dicessi «…a tutti quelli che ho girato». Il prediletto resta «Veloce come il vento» (del 2016, diretto da Matteo Rovere, con Stefano Accorsi, ndr): non dimenticherò mai come mi sono sentita girandolo e le emozioni che ho provato… quelle uniche e irripetibili della prima volta.



