«Il quieto vivere» di Matarrese: «Un film ai pranzi di famiglia»

«Il quieto vivere» rappresenta un idillio anelato, o tutta quella serie di mediazioni che bisogna mettere in conto per riuscire ad andare d’accordo con qualcuno?
Le due letture s’intrecciano in modo originale nel nuovo film di Gianluca Matarrese, talentuoso cineasta (già selezionato al Sundance con il precedente «Gen_»), piemontese con base a Parigi da oltre vent’anni, che per realizzarlo ha coinvolto l’intero ramo materno della sua famiglia, radicato in Calabria.
L’autore, che sarà a Brescia stasera 19 marzo, in occasione della proiezione al Nuovo Eden (via Nino Bixio 9, in città, alle 21), definisce l’opera un «cine-reality»: protagoniste sono le sue cugine, costrette a convivere nella stessa palazzina di un borgo dove l’odio si tramanda come un’eredità.
Luisa, 50 anni, ribelle e precaria, pare in guerra con tutti, soprattutto con Imma, la cognata: più giovane e più inserita. Mentre le due donne si sfidano tra denunce e insulti, tre zie anziane formano un coro tragicomico cercando disperatamente di riportare la pace.
Gianluca, cosa ti ha spinto a raccontare questa storia così intima, dai riflessi autobiografici?
È una vicenda che ha la mia stessa età: ho trascorso tutte le estati della mia vita in Calabria (dalla quale mia madre emigrò a Torino negli anni settanta), come una sorta di alieno, osservatore critico dei comportamenti familiari, affascinato dal lato teatrale delle donne, in particolar modo di mia cugina Luisa, capace di trasformare ogni pranzo, cena o gita al mare in spettacolo. Tanto che avevo cominciato a registrare di nascosto i suoi racconti.
E poi cosa è scattato?
Mentre mi interrogavo su come valorizzare quell’archivio di «copioni» sempre caratterizzati dalle stesse figure retoriche e pause, ho percepito il fascino del lavorare sulla parola che evoca immagini e sull’innato talento (familiare ma anche italiano in genere) da storyteller e performer.
L’inizio ci catapulta nella Magna Grecia…
Dato l’approccio, ambientazione perfetta per la scena d’apertura è stato il Parco Archeologico di Sibari, per evocare la tragedia greca con un primo confronto tra Luisa e Imma dinanzi alla famiglia (con mia madre come corifeo del coro tragico).
Un senso di autenticità pervade il film, come l’hai ottenuta?
È come se avessi costruito un set di finzione intorno alla realtà: abbiamo montato luci e c’erano con me una troupe e un direttore della fotografia, ma gli incontri di famiglia erano reali: il Natale, i pranzi e le cene. Lasciavo decollare la situazione, come nell’improvvisazione teatrale ed eravamo pronti a catturare le immagini: il lato documentaristico del film è registrare quella teatralità che esiste davvero.
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