Cinema

«Il Diavolo veste Prada 2» ha perfettamente senso, soprattutto oggi

Torna in sala il cult degli anni 2000, per raccontare come si è evoluta la moda e, con essa, il giornalismo: un evento che il cinema Moretto celebra con una serata speciale
Cristiano Bolla
Le prime immagini da Il Diavolo veste Prada 2
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Le prime immagini da Il Diavolo veste Prada 2

Mercoledì 29 aprile arriva nelle sale italiane «Il Diavolo veste Prada 2». A vent’anni dal film che trasformò Miranda Priestly in una delle figure più riconoscibili del cinema pop contemporaneo, il ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci potrebbe sembrare, a prima vista, l’ennesima operazione-nostalgia di un’industria che negli ultimi anni ha rimesso in circolo molti dei suoi titoli più amati: da «Top Gun: Maverick» a «Beetlejuice Beetlejuice», da «Il Gladiatore II» ai nuovi capitoli di saghe capaci di attraversare generazioni diverse. Ma il caso di «Il Diavolo veste Prada 2» è particolare, perché qui il tempo trascorso non serve solo a riattivare un ricordo. È il cuore stesso del racconto.

Il mondo è cambiato

Il sequel ha senso proprio perché il mondo in cui si muove è cambiato. Nel 2006 «Il Diavolo veste Prada» raccontava l’ingresso di Andrea Sachs, giovane aspirante giornalista interpretata da Anne Hathaway, nella redazione di «Runway», rivista di moda guidata con autorità assoluta da Miranda Priestly. Andy arrivava in quel mondo con lo sguardo di chi si considera estranea alla moda e ai suoi codici, salvo scoprire progressivamente che anche un maglione scelto distrattamente in un armadio porta con sé una filiera di decisioni, gusti, gerarchie e potere. Il film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, funzionava come commedia sul lavoro, racconto di formazione e ritratto ironico di un sistema chiuso, seducente e spietato.

A renderlo iconico non furono soltanto gli abiti, le battute entrate nell’immaginario comune o la precisione glaciale di Meryl Streep. Fu soprattutto la capacità di trasformare un ambiente specifico, quello dell’editoria di moda, in un teatro universale: il primo lavoro, l’ambizione, il prezzo della carriera, il rapporto con un capo geniale e feroce, la fatica di capire fino a che punto sia legittimo cambiare per appartenere a un mondo. Miranda Priestly non era una semplice antagonista. Era l’incarnazione di un potere verticale, competente, colto, spesso crudele, ma non riducibile alla caricatura. Per questo il personaggio è rimasto vivo anche fuori dal film: perché condensava una domanda ancora attuale sul rapporto tra talento, autorità e sacrificio personale.

La trama

Il nuovo capitolo riparte da lì, ma non può limitarsi a riportare tutti nello stesso ufficio. Il racconto questa volta è centrato su una «Runway» in difficoltà, su Miranda costretta a misurarsi con la trasformazione dell’editoria e su un equilibrio di forze ormai diverso rispetto al passato. Andy rientra nell’orbita della rivista, mentre Emily, che nel primo film era l’assistente devota e rigidissima di Miranda, appare ora in una posizione di maggiore potere, legata al mondo del lusso e alla capacità dei grandi marchi di sostenere economicamente le testate attraverso investimenti e pubblicità.

È un ribaltamento interessante: chi un tempo dipendeva dalla rivista oggi può condizionarne la sopravvivenza. Qui sta il punto più forte del sequel. Nel primo film il potere apparteneva alla redazione, alla direttrice, al magazine come istituzione capace di decidere il gusto. Vent’anni dopo, quel modello non è più intoccabile. Il giornalismo ha attraversato la crisi della carta e la migrazione digitale, la dipendenza dal traffico online, dagli abbonamenti, dagli algoritmi, dai social, dai video, dai contenuti sponsorizzati. Le riviste non sono più soltanto luoghi che selezionano e interpretano il mondo: devono anche inseguire metriche, piattaforme e nuovi modelli economici. La moda, a sua volta, non aspetta più necessariamente la consacrazione di una copertina. Comunica direttamente con il pubblico, costruisce eventi globali, usa influencer, celebrity, passerelle, campagne social e collaborazioni.

Per questo «Il Diavolo veste Prada 2» ha una ragione narrativa più solida di molti ritorni costruiti solo sulla riconoscibilità di un marchio. Non prova a far finta che nulla sia cambiato. Al contrario, sembra fondare la propria necessità proprio sul cambiamento. Miranda non è più soltanto la figura che detta legge da un ufficio al vertice di una torre editoriale. È una professionista chiamata a difendere un’idea di autorevolezza in un sistema che ha spostato altrove i propri centri di gravità. Andy non è più la ragazza inesperta che deve imparare a stare al mondo. Emily non è più solo la collaboratrice che sogna di essere ammessa a Parigi. Tutti i personaggi, per continuare a esistere, devono fare i conti con ciò che il tempo ha trasformato.

La moda, davvero

Per l’Italia, poi, «Il Diavolo veste Prada 2» avrà un sapore particolare. Una parte del racconto e della promozione passa infatti da Milano, capitale della moda e luogo simbolico per un film che vive di contaminazione tra finzione e industria reale. Durante la Milano Fashion Week, Meryl Streep e Stanley Tucci sono apparsi nei panni di Miranda Priestly e Nigel Kipling alla sfilata Dolce & Gabbana, con una scena che ha subito attirato l’attenzione internazionale. Non è un dettaglio decorativo. La presenza del film dentro una vera settimana della moda conferma quanto il confine tra cinema, passerella, comunicazione e spettacolo sia diventato poroso. Il primo «Il Diavolo veste Prada» guardava quel mondo con fascinazione e ironia; il sequel sembra entrarci dentro con maggiore consapevolezza, sfruttando la forza di Milano come scenario produttivo e simbolico.

La moda a sua volta si presta molto di più al gioco cinematografico: se nel 2006 i brand erano timorosi a farsi coinvolgere (le premesse erano che il film fosse una sorta di satira su Vogue e la sua allora direttrice Anna Wintour), stavolta hanno fatto a gara per comparire. E la stessa Wintour ha partecipato alla campagna di lancio del film: la copertina di Vogue America insieme a Streep è già un’icona.

Anna Wintour e Meryl Streep sulla copertina di Vogue Usa
Anna Wintour e Meryl Streep sulla copertina di Vogue Usa

A Brescia

Anche Brescia partecipa a questo ritorno con una serata pensata per trasformare l’uscita in sala in un piccolo evento. Mercoledì 29 aprile il Cinema Moretto accompagnerà l’arrivo di «Il Diavolo veste Prada 2» con un’iniziativa speciale costruita intorno all’atmosfera del film. Dalle 18.30 alle 21.30, in Piazzetta Sant’Alessandro, Exit & Serena proporranno un dj-set ispirato alle musiche del film; in caso di maltempo, la musica si sposterà all’interno del cocktail bar. Sempre dalle 18.30 sarà allestito un photocall con fotografo, per chi vorrà presentarsi con un dress code all’altezza dell’universo di Miranda Priestly e ricevere gratuitamente via mail le fotografie scattate durante la serata. Per gli spettacoli dalle 19 è previsto inoltre un gadget esclusivo direttamente in sala.

«Il Diavolo veste Prada 2», insomma, arriva in un momento in cui il pubblico conosce già quei personaggi, ma vive in un mondo radicalmente diverso da quello che li aveva resi celebri. Proprio per questo il sequel non appare come un ritorno fuori tempo massimo. Al contrario, sembra arrivare nel momento giusto: quando il mito di «Runway» può essere rimesso alla prova dal presente. Saprà ottenere lo stesso successo?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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