L’horror non fa più paura al botteghino: ora tocca a «Hokum»

Da «Backrooms» a «Obsession», il 2026 conferma l’horror come uno dei generi più forti del momento. Con il film in arrivo nelle sale questo weekend, il fenomeno si allarga tra nuovi autori, incassi e cinema d’autore
Cristiano Bolla
La locandina di Hokum - Foto Lucky Red
La locandina di Hokum - Foto Lucky Red

C’è un albergo isolato nel cuore dell’Irlanda, una suite matrimoniale che nessuno dovrebbe aprire e uno scrittore americano arrivato dall’altra parte dell’oceano per chiudere definitivamente i conti con il proprio passato. Sono gli elementi da cui prende forma «Hokum», il nuovo film di Damian McCarthy, nelle sale italiane dal 5 agosto e con Adam Scott come protagonista. Un horror soprannaturale che potrebbe inserirsi in un’annata particolarmente favorevole per il genere, ormai diventato uno dei settori più vivaci e commercialmente affidabili dell’industria cinematografica.

Scott interpreta Ohm Bauman, romanziere solitario e disilluso che raggiunge il Bilberry Woods Hotel per disperdere le ceneri dei genitori nel luogo in cui avevano trascorso la luna di miele. Il viaggio, pensato come un ultimo gesto di commiato, assume presto contorni inquietanti. Nell’albergo circola infatti la leggenda di un’antica strega legata alla suite matrimoniale, mentre rumori inspiegabili, apparizioni e sparizioni cominciano a incrinare le certezze del protagonista. L’indagine sul mistero dell’edificio si confonde così con il riaffiorare di ricordi rimossi, sensi di colpa e traumi familiari mai davvero affrontati.

McCarthy, regista irlandese già apprezzato per «Caveat» e «Oddity», torna a lavorare sugli spazi chiusi, sugli oggetti apparentemente innocui e sulla paura di ciò che potrebbe nascondersi ai margini dell’inquadratura. In «Hokum» la casa infestata viene sostituita da un albergo sospeso nel tempo, ma il principio resta simile: il luogo non è soltanto lo scenario dell’orrore, bensì la materializzazione della memoria del protagonista. La strega è una possibile minaccia reale, ma anche il mezzo attraverso cui il passato torna a reclamare attenzione.

Resta da capire se «Hokum» riuscirà a trasformare il consenso critico in un risultato commerciale di grandi dimensioni. Il contesto, però, è favorevole. Il 2026 ha già prodotto almeno due fenomeni horror capaci di superare le tradizionali dimensioni del genere: «Backrooms» di Kane Parsons e «Obsession» di Curry Barker. Due film molto diversi, accomunati dalla giovane età dei loro registi, dalla provenienza dei rispettivi autori dal mondo di YouTube e dalla capacità di attirare nelle sale un pubblico cresciuto all’interno della cultura digitale.

Labirinto

«Backrooms» nasce da una delle immagini più riconoscibili dell’immaginario contemporaneo di internet: un labirinto potenzialmente infinito di corridoi giallastri, moquette umida, luci al neon e stanze prive di una funzione comprensibile. Un luogo familiare e al tempo stesso profondamente sbagliato, diventato nel tempo una leggenda collettiva alimentata da video, videogiochi, racconti e interpretazioni degli utenti. Kane Parsons aveva soltanto sedici anni quando iniziò a pubblicare su YouTube i suoi cortometraggi ambientati nei Backrooms. Il successo della serie ha attirato A24 e alcuni importanti produttori hollywoodiani, trasformando un esperimento realizzato con strumenti digitali accessibili in un lungometraggio interpretato, tra gli altri, da Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. Il film, costato meno di molti blockbuster tradizionali, ha debuttato negli Stati Uniti con oltre 80 milioni di dollari ed è andato vicino ai 400 milioni di dollari globali.

Dipendenza e controllo

Ancora più sorprendente è stato il percorso di «Obsession». Diretto da Curry Barker con un investimento produttivo iniziale inferiore al milione di dollari, il film racconta la storia di un giovane che esprime il desiderio di essere amato dalla donna di cui è innamorato. Il desiderio viene esaudito, ma l’amore ottenuto attraverso una forza soprannaturale si trasforma in dipendenza, controllo e violenza. L’idea romantica viene così rovesciata in un incubo sul possesso e sull’impossibilità del consenso quando i sentimenti sono imposti. Dopo un’apertura relativamente contenuta, «Obsession» ha continuato a crescere grazie al passaparola, fino a superare i 400 milioni di dollari nel mondo. È un andamento raro per un horror, genere nel quale gli spettatori più interessati tendono spesso a concentrarsi nel primo fine settimana. In questo caso, invece, discussioni online, recensioni positive e reazioni del pubblico hanno progressivamente trasformato un piccolo film indipendente in uno degli eventi cinematografici dell’anno.

I casi di «Backrooms» e «Obsession» confermano una tendenza già evidente nelle stagioni precedenti. Titoli come «Longlegs», «Smile 2», «Terrifier 3», «Nosferatu», «Weapons», «Bring Her Back», ai quali si aggiungono i nuovi capitoli di saghe come «The Conjuring», «Final Destination» e «28 anni dopo» hanno mostrato quanto l’horror possa muoversi tra dimensioni produttive molto differenti. Può essere un film indipendente realizzato con mezzi ridotti, un’opera d’autore destinata ai festival, un franchise internazionale o un prodotto nato da una comunità online. In ciascuno di questi casi conserva un vantaggio fondamentale: il rapporto tra il costo dell’investimento e il potenziale degli incassi.

Una scena di Hokum - Foto Lucky Red
Una scena di Hokum - Foto Lucky Red

Un horror non ha necessariamente bisogno di grandi star, ambientazioni internazionali o effetti visivi estremamente costosi. Una premessa immediata, un’immagine efficace e una minaccia riconoscibile possono sostenere sia il film sia la sua campagna pubblicitaria. Anche risultati che apparirebbero modesti rispetto a quelli dei blockbuster possono quindi generare margini importanti. Quando un’opera a basso costo raggiunge invece dimensioni globali, come accaduto con «Obsession», il rendimento diventa difficilmente replicabile da altri generi.

La sala conserva inoltre un’importanza decisiva. L’horror è una delle forme cinematografiche che traggono maggiore forza dalla visione collettiva. Le urla, le risate nervose e le reazioni agli spaventi trasformano la proiezione in un evento sociale, soprattutto per il pubblico più giovane. È una caratteristica che consente al genere di resistere meglio di altri alla concorrenza dello streaming: guardare un film horror a casa e partecipare a una sala piena non sono esperienze equivalenti. Questo successo commerciale è stato accompagnato, negli ultimi quindici anni, da una crescente legittimazione culturale.

È in questo contesto che si è diffusa l’espressione elevated horror, utilizzata per indicare opere nelle quali la paura viene associata a un’ambizione autoriale, a una particolare cura formale e a temi psicologici o sociali. Film come «The Babadook», «It Follows», «The Witch», «Get Out», «Hereditary» e «Midsommar» sono stati considerati i principali esempi di questa corrente. La definizione resta però controversa. Parlare di horror “elevato” sembra suggerire che il resto del genere sia culturalmente inferiore, dimenticando che il cinema dell’orrore ha sempre riflettuto le paure del proprio tempo.

Una scena di The Witch
Una scena di The Witch

«La notte dei morti viventi», «Rosemary’s Baby», «L’esorcista», «Shining» e le opere di David Cronenberg affrontavano già questioni politiche, familiari e sociali attraverso mostri, possessioni e trasformazioni del corpo. La novità degli ultimi anni non consiste quindi nell’invenzione di un horror intelligente, ma nella sua capacità di essere riconosciuto come tale anche dalla critica generalista e dal pubblico tradizionalmente distante dal genere.

Identità editoriale

A24 ha avuto un ruolo centrale in questo processo. La società, nata nel 2012, non ha creato l’horror d’autore, ma ha saputo trasformarlo in un’identità editoriale e commerciale immediatamente riconoscibile. Con film come «The Witch», «Hereditary», «Midsommar», «The Lighthouse», «X», «Pearl», «Talk to Me» e il più recente «Bring Her Back», il nome del distributore (ispirato proprio all’Autostrada Roma-Teramo, percorsa dal fondatore Daniel Katz quando decise di fondare l’azienda) è diventato per una parte del pubblico una garanzia di originalità, rischio creativo e ricercatezza visiva.

Il marchio A24 ha inoltre dimostrato che un film horror può continuare a produrre valore oltre la permanenza nelle sale, attraverso lo streaming, l’home video, il merchandising, le edizioni da collezione e il consolidamento della reputazione dei suoi autori. Il caso di «Backrooms» segna un passaggio ulteriore: la società ha riconosciuto il potenziale di un linguaggio nato su YouTube e lo ha trasformato in un prodotto globale senza cancellarne completamente l’identità originaria.

Adam Scott in Hokum - © www.giornaledibrescia.it
Adam Scott in Hokum - © www.giornaledibrescia.it

Il concetto di elevated horror ha però progressivamente perso precisione. Molte delle sue caratteristiche, come il trauma come motore narrativo, la metafora sociale, la centralità del lutto, la fotografia ricercata e i finali ambigui, sono state assorbite anche dal cinema più commerciale. Allo stesso tempo, il successo di film esplicitamente violenti e popolari come «Terrifier 3» dimostra che l’affermazione dell’horror d’autore non ha cancellato lo slasher, il gore o l’exploitation. Il genere prospera proprio perché non dipende da un solo modello. Può affidarsi alla forza di un marchio storico oppure a un regista esordiente, utilizzare una leggenda del folklore o un’immagine virale, raccontare un trauma familiare oppure puntare sul puro spettacolo. Può cercare il prestigio critico, il successo commerciale o entrambi.

È all’interno di questo scenario che arriva «Hokum». Il film di Damian McCarthy non nasce da un fenomeno di internet e non dispone della potenza di una saga consolidata. Si colloca però in quella zona sempre più fertile in cui cinema d’autore e racconto popolare si incontrano. Parte da una strega, da un albergo infestato e da una porta che non dovrebbe essere aperta, ma utilizza questi elementi per parlare del lutto, della colpa e del modo in cui le storie possono nascondere o riportare alla luce ciò che una persona vorrebbe dimenticare. Il prossimo fenomeno horror potrebbe quindi non essere quello con il mostro più impressionante o con il budget più elevato. Come dimostrano gli ultimi anni, potrebbe essere semplicemente il film capace di trovare una paura condivisa e di trasformarla in un’esperienza alla quale il pubblico sente di dover partecipare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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