«Election Day» e gli altri film italiani che prendono di mira i politici

La politica, materia spinosa ma decisiva per la vita pubblica, è spesso finita nel mirino del cinema italiano: tra satira, grottesco e racconto civile. Ora lo fa anche il nuovo film con protagonista Angela Finocchiaro
Cristiano Bolla
Giorgio Tirabassi e Angela Finocchiaro in una scena del film - Medusa Film
Giorgio Tirabassi e Angela Finocchiaro in una scena del film - Medusa Film

La politica è una materia difficile da maneggiare, al cinema come altrove. Perché riguarda tutti, divide facilmente, porta con sé ideologie, appartenenze, scandali, promesse mancate e illusioni collettive. Eppure proprio per questo il cinema italiano non ha mai smesso di tornarci sopra: a volte con la severità del racconto civile, altre con la deformazione grottesca della satira, altre ancora con la leggerezza apparente della commedia. Il risultato è un filone lungo, irregolare e molto rivelatore, nel quale il Palazzo diventa specchio del Paese e i politici, reali o immaginari, finiscono osservati da vicino nelle loro ambizioni, debolezze e contraddizioni. Lo farà ora anche «Election Day», commedia di Giorgio Amato in arrivo nelle sale italiane dal 9 luglio.

Anni ‘60 e ‘70

Uno dei punti di partenza più chiari è stato «Gli onorevoli», diretto da Sergio Corbucci nel 1963. Il film ha raccontato cinque candidati alle elezioni e ha trasformato la campagna elettorale in una piccola commedia nazionale, popolata da ambizioni personali, propaganda, manovre goffe e promesse costruite più per conquistare consenso che per cambiare davvero le cose. Nel cast sono comparsi Totò, Peppino De Filippo, Gino Cervi, Walter Chiari e Franca Valeri, e proprio questa coralità ha dato al film il tono di una galleria di tipi umani prima ancora che politici.

Negli anni Settanta la satira ha preso una piega più corrosiva con «Signore e signori, buonanotte», film collettivo del 1976 firmato da alcuni dei grandi nomi della commedia italiana. Il film ha costruito la parodia di un’intera giornata televisiva, tra telegiornali, inchieste, spot e programmi immaginari, e ha usato la televisione come lente deformante per colpire politica corrotta, Chiesa, esercito e informazione. Non ha raccontato un singolo candidato o una singola elezione, ma è stato comunque uno dei titoli più feroci nel raccontare il legame tra potere politico e linguaggio mediatico.

Marcello Mastroianni in «Signore e signori, buonanotte»
Marcello Mastroianni in «Signore e signori, buonanotte»

Anni ‘80

Anche Lina Wertmüller ha affrontato la politica dal lato del grottesco con «Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada», arrivato nel 1983. Il film ha immaginato un ministro dell’Interno bloccato dentro un’automobile superblindata, mentre funzionari, uomini dei servizi e colleghi politici hanno tentato inutilmente di liberarlo. La situazione, assurda e quasi teatrale, ha trasformato il potere in prigionia: chi si è protetto dal mondo esterno è rimasto intrappolato dentro il proprio stesso sistema di sicurezza. Intorno a quella macchina chiusa si è mosso un piccolo universo di opportunismi, paure e calcoli, in cui la commedia ha mostrato l’impotenza della politica proprio mentre tutti hanno cercato di salvare le apparenze.

Il nuovo millennio

Più avanti, «Il trasformista», diretto e interpretato da Luca Barbareschi nel 2002, ha raccontato il percorso di Augusto Viganò, leader ambientalista locale che è entrato in politica dopo una protesta e ha finito per misurarsi con le logiche del potere romano. Il film ha scelto la commedia satirica per raccontare un passaggio tipico della vita pubblica italiana: l’idealista che ha iniziato contestando il sistema e, una volta arrivato nelle istituzioni, ha dovuto confrontarsi con compromessi, cambi di schieramento e promesse sempre più difficili da mantenere.

Cetto e Claudio Bisio

Negli anni Duemila il bersaglio è diventato ancora più popolare con Cetto La Qualunque. «Qualunquemente», diretto da Giulio Manfredonia nel 2011, ha portato al cinema il personaggio creato da Antonio Albanese: un imprenditore calabrese volgare, corrotto e impresentabile, tornato al suo paese dopo una latitanza e spinto a candidarsi a sindaco per difendere i propri interessi. La sua campagna contro il «rischio legalità» ha rovesciato ogni discorso pubblico in farsa e ha trasformato l’illegalità in programma elettorale.

Il successo del film ha confermato la forza della maschera: Cetto è stato eccessivo, caricaturale, quasi mostruoso, ma proprio per questo ha intercettato vizi e linguaggi riconoscibili. La saga è poi proseguita con «Tutto tutto niente niente», dove Albanese ha interpretato tre personaggi finiti in Parlamento, e con «Cetto c’è, senzadubbiamente», che ha spinto la satira verso il delirio monarchico e la crisi definitiva della rappresentanza democratica.

Un altro titolo centrale è stato «Benvenuto Presidente!», diretto da Riccardo Milani nel 2013. Claudio Bisio ha interpretato Giuseppe Garibaldi, detto Peppino, bibliotecario di montagna eletto per errore Presidente della Repubblica dopo lo stallo tra i partiti. Il film ha costruito il suo effetto comico sul contrasto tra l’uomo comune e i rituali del potere: Peppino è arrivato al Quirinale senza conoscere i codici del Palazzo, ma proprio per questo ha messo in difficoltà chi quei codici li ha usati ogni giorno. La commedia ha funzionato perché ha raccontato un desiderio semplice e diffuso: immaginare che, dentro un sistema bloccato, una persona normale potesse riportare buon senso, sincerità e misura. Il seguito, «Bentornato Presidente», ha riportato lo stesso personaggio a Roma durante una crisi di governo e lo ha trasformato in presidente del Consiglio, allargando la satira dal Quirinale a Palazzo Chigi.

Ficarra e Picone

Restando nel campo dei grandi nomi, nel 2017 «L’ora legale» di Ficarra e Picone ha riportato la satira politica dentro una dimensione popolare e municipale. In un paese siciliano immaginario, Pietrammare, i cittadini hanno scelto un nuovo sindaco onesto, intenzionato a far rispettare regole, tasse e divieti. Ma proprio l’applicazione della legalità ha iniziato a pesare su chi l’aveva invocata, trasformando l’entusiasmo iniziale in insofferenza. Il film ha colpito un nervo scoperto: la distanza tra il desiderio astratto di cambiamento e la fatica concreta di accettarne le conseguenze. Anche qui la politica è diventata commedia perché ha riguardato non solo chi governa, ma anche chi pretende buon governo purché non tocchi le proprie abitudini.

La novità

Dentro questa tradizione si inserisce «Election Day». Il film sceglie una notte elettorale come spazio chiuso e ad alta tensione, nel quale il risultato delle urne si intreccia con una crisi privata destinata a diventare pubblica. Al centro della storia c’è Renata Innocenti, interpretata da Angela Finocchiaro, deputata progressista che ha atteso l’esito dello spoglio nella speranza che la sua coalizione vincesse e che per lei si aprisse la strada verso il Ministero della Pubblica Istruzione. Mentre i primi dati indicano un testa a testa, però, il compagno Carlo De Santis, giornalista sportivo, finisce al centro di uno scandalo dopo una lite in diretta con un calciatore di origine africana e un insulto razzista diventato immediatamente caso mediatico.

La commedia di Giorgio Amato guarda così a un territorio molto contemporaneo: non soltanto la politica delle urne, ma quella della reputazione, dei social, dei media e del giudizio istantaneo. La notte elettorale diventa il luogo in cui carriera privata, immagine pubblica e fragilità personali si sono sovrapposte senza più distinguersi. Nel cast figurano anche Giorgio Tirabassi, Antonio Gerardi, Crisula Stafida, Giulia Gualano, Livio Kone, Camilla Icardi e Maria Amelia Monti. Dopo decenni di candidati impresentabili, presidenti per caso, leader in crisi e sindaci chiamati a fare davvero rispettare le regole, «Election Day» riporta la satira politica italiana dentro il presente più immediato: quello in cui una frase, un video o una diretta possono diventare, nel giro di pochi minuti, un destino pubblico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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