«East of Eden», Florence Pugh dà un volto al Male di Steinbeck

Nella miniserie su Netflix, lettura moderna del capolavoro del 1952 di Steinbeck, la creatrice Zoe Kazan riporta sullo schermo la storia drammatica della famiglia Trask in California
Francesco Fredi
Florence Pugh in East of Eden - Netflix
Florence Pugh in East of Eden - Netflix

Davvero «timshel»? Davvero, come accorda in ebraico un passaggio della Bibbia, «tu puoi» sottrarti a ciò a cui limiti della natura umana, indole personale e vicissitudini esistenziali paiono averti decretato? Il Male e il Bene non sono un destino, ma una scelta? È la domanda-chiave che anima la miniserie «East of Eden» (7 episodi da un’ora su Netflix), ottimo e coinvolgente lavoro tra narrazione e interrogazione filosofica, portatore d’una lettura moderna del capolavoro etico-letterario del 1952 (in Italia nel 1954 «La valle dell’Eden») di John Steinbeck. L’ha creato per la tv la 43enne losangelina Zoe Kazan, il cui nonno Elia – grande regista, ma delatore nell’anticomunista «Caccia alle streghe» del senatore Joseph McCarthy nella Hollywood anni ’40 e ’50 – portò nel 1955 al cinema, con Oscar a James Dean e Jo Van Fleet nei ruoli di Cal e Cathy. Non è il primo adattamento al teleschermo: nel 1981 ce ne fu un altro in tre puntate, con Timothy Bottoms e Jane Seymour.

La trama

È la storia drammatica della famiglia Trask nella californiana Salinas Valley di fine ’800-primi ’900, in particolare dei gemelli Caleb e Aron metaforici Caino e Abele, della loro madre snaturata Cathy che li abbandona in fasce al padre Adam (e all’acculturato factotum cino-americano Lee), uomo buono e generoso, ma a sua volta erede di tormenti familiari giovanili.

Molta psicologia moderna, teorizzatrice dell’impatto condizionante dell’ambiente e del vissuto, sulla personalità, storcerebbe il naso sul fiduciario “timshel” che chiude libro e fiction. E non a caso Zoe Kazan centralizza il personaggio di Cathy, d’angelica presenza ma cupa amoralità; con istinti quasi animaleschi di sopravvivenza e indipendenza, capace di uccidere ma non di amare. In Steinbeck era il «mostro» senza redenzione, ma qui – più psicologicamente attuale – anche il frutto bacato di terribili infanzia e giovinezza foriere di cinismo e dissolutezza. Non a caso l’incontro con Adam Trask la vede pesta e sanguinante dopo la lezione che le dà il lenone a cui s’è volontariamente data a preludio del futuro di maîtresse di bordello come traumaticamente la scopriranno, anziché morta come pietosamente mentito dal padre, i figli ormai giovani uomini.

Cathy

Una scena di East of Eden
Una scena di East of Eden

La miniserie non riscatta Cathy, ne umanizza la oscura condotta di mentitrice e manipolatrice, iconizzandola con tanto d’occhiali a lenti scure, insofferente com’è, fisicamente, alla luce che metaforicamente denuderebbe la sua orribile realtà. La impersona – con virtuosa attoriale mutevolezza di finta grazia con quel suo nasino all’insù e sguardi che arrivano a gelida ferocia – Florence Pugh, inglese di Oxford, 31 anni il 3 gennaio, candidata all’Oscar 2020 in «Piccole donne» e recentemente in «Midsommar», «Spider-Man: Brand New Day», nonché prossima regina Irulan in «Dune - Parte 3».

«East of Eden», pur con rinfacciabile scelta risparmiosa dei ciak in Nuova Zelanda anziché nella natìa Salinas Valley da Steinbeck diffusamente descritta nel romanzo come paradisiaca a stridore dei drammi che vi si agitano, seduce. E, a parte qualche tono melò e regia scolastica di Garth Davis e Laure de Clermont-Tonnerre, anche c’interroga. Una favola dark fineottocentesca la cui morale si fa riflessione attuale nei giorni nostri delle relazioni tossiche, del livore, della violenza. E quel «timshel», pur dubitevole, dà speranza che non tutto, nell’umano divenire, sia già scritto.

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