Davvero «timshel»? Davvero, come accorda in ebraico un passaggio della Bibbia, «tu puoi» sottrarti a ciò a cui limiti della natura umana, indole personale e vicissitudini esistenziali paiono averti decretato? Il Male e il Bene non sono un destino, ma una scelta? È la domanda-chiave che anima la miniserie «East of Eden» (7 episodi da un’ora su Netflix), ottimo e coinvolgente lavoro tra narrazione e interrogazione filosofica, portatore d’una lettura moderna del capolavoro etico-letterario del 1952 (in Italia nel 1954 «La valle dell’Eden») di John Steinbeck. L’ha creato per la tv la 43enne losangelina Zoe Kazan, il cui nonno Elia – grande regista, ma delatore nell’anticomunista «Caccia alle streghe» del senatore Joseph McCarthy nella Hollywood anni ’40 e ’50 – portò nel 1955 al cinema, con Oscar a James Dean e Jo Van Fleet nei ruoli di Cal e Cathy. Non è il primo adattamento al teleschermo: nel 1981 ce ne fu un altro in tre puntate, con Timothy Bottoms e Jane Seymour.
La trama
È la storia drammatica della famiglia Trask nella californiana Salinas Valley di fine ’800-primi ’900, in particolare dei gemelli Caleb e Aron metaforici Caino e Abele, della loro madre snaturata Cathy che li abbandona in fasce al padre Adam (e all’acculturato factotum cino-americano Lee), uomo buono e generoso, ma a sua volta erede di tormenti familiari giovanili.
Molta psicologia moderna, teorizzatrice dell’impatto condizionante dell’ambiente e del vissuto, sulla personalità, storcerebbe il naso sul fiduciario “timshel” che chiude libro e fiction. E non a caso Zoe Kazan centralizza il personaggio di Cathy, d’angelica presenza ma cupa amoralità; con istinti quasi animaleschi di sopravvivenza e indipendenza, capace di uccidere ma non di amare. In Steinbeck era il «mostro» senza redenzione, ma qui – più psicologicamente attuale – anche il frutto bacato di terribili infanzia e giovinezza foriere di cinismo e dissolutezza. Non a caso l’incontro con Adam Trask la vede pesta e sanguinante dopo la lezione che le dà il lenone a cui s’è volontariamente data a preludio del futuro di maîtresse di bordello come traumaticamente la scopriranno, anziché morta come pietosamente mentito dal padre, i figli ormai giovani uomini.
Cathy

La miniserie non riscatta Cathy, ne umanizza la oscura condotta di mentitrice e manipolatrice, iconizzandola con tanto d’occhiali a lenti scure, insofferente com’è, fisicamente, alla luce che metaforicamente denuderebbe la sua orribile realtà. La impersona – con virtuosa attoriale mutevolezza di finta grazia con quel suo nasino all’insù e sguardi che arrivano a gelida ferocia – Florence Pugh, inglese di Oxford, 31 anni il 3 gennaio, candidata all’Oscar 2020 in «Piccole donne» e recentemente in «Midsommar», «Spider-Man: Brand New Day», nonché prossima regina Irulan in «Dune - Parte 3».
«East of Eden», pur con rinfacciabile scelta risparmiosa dei ciak in Nuova Zelanda anziché nella natìa Salinas Valley da Steinbeck diffusamente descritta nel romanzo come paradisiaca a stridore dei drammi che vi si agitano, seduce. E, a parte qualche tono melò e regia scolastica di Garth Davis e Laure de Clermont-Tonnerre, anche c’interroga. Una favola dark fineottocentesca la cui morale si fa riflessione attuale nei giorni nostri delle relazioni tossiche, del livore, della violenza. E quel «timshel», pur dubitevole, dà speranza che non tutto, nell’umano divenire, sia già scritto.



