Con «Dutton Ranch» torna l’universo western più amato di questi anni

La nuova serie prosegue la storia di «Yellowstone» e riaccende i riflettori su un genere che, grazie all’autore Taylor Sheridan, continua ad essere più vivo che mai
Cristiano Bolla
Kelly Reilly e Cole Hauser in «Dutton Ranch»
Kelly Reilly e Cole Hauser in «Dutton Ranch»

Da oggi arriva in streaming su Paramount+ «Dutton Ranch», nuovo capitolo di uno dei franchise televisivi più acclamati e prolifici degli ultimi anni. Per chi non ha mai visto «Yellowstone», o ne ha soltanto sentito parlare come della serie western con Kevin Costner, il debutto dello spin-off è anche l’occasione per orientarsi dentro un universo narrativo ormai molto più ampio della serie madre. Taylor Sheridan, il suo creatore, ha costruito attorno alla famiglia Dutton un racconto espanso fatto di prequel, sequel, nuovi rami familiari e territori sempre diversi, trasformando il western contemporaneo in una delle forme più riconoscibili della serialità americana recente.

Lo spin-off

«Dutton Ranch» riparte da due dei personaggi più amati di «Yellowstone»: Beth Dutton e Rip Wheeler, interpretati ancora da Kelly Reilly e Cole Hauser. Dopo la fine della serie principale, i due lasciano alle spalle il Montana e provano a costruire una nuova vita nel Texas meridionale, insieme a Carter, il ragazzo che nel corso di «Yellowstone» è entrato nella loro famiglia in modo ruvido, imperfetto, ma sempre più centrale. Il punto di partenza è quello di una fuga apparente: Beth e Rip cercano un futuro lontano dai fantasmi dello Yellowstone Dutton Ranch, ma il nuovo territorio si rivela presto tutt’altro che pacificato. Al centro ci sono un ranch di 7.000 acri, nuovi equilibri da difendere e un rivale disposto a tutto pur di proteggere il proprio impero. Nel cast arrivano anche Ed Harris e Annette Bening, due innesti di peso che danno subito la misura dell’ambizione produttiva del progetto.

Yellowstone

Per capire davvero cosa rappresenti «Dutton Ranch», però, bisogna tornare a «Yellowstone». La serie, partita nel 2018, ha raccontato la storia di John Dutton III, patriarca interpretato da Kevin Costner e proprietario del più grande ranch contiguo degli Stati Uniti. Attorno a lui si muovevano i figli: Beth, spietata e lucidissima negli affari; Kayce, ex Navy SEAL diviso tra la famiglia d’origine e quella costruita con Monica (che i fan possono ritrovare nell’altro spin-off di quest’anno, «Marshals»); Jamie, l’avvocato della dinastia, sempre sospeso tra appartenenza e risentimento; e Lee, la cui sorte apriva fin dall’inizio una frattura irreparabile. Il ranch era il cuore della serie, ma anche il suo campo di battaglia: da una parte i Dutton, determinati a difendere la terra a qualsiasi costo; dall’altra la riserva di Broken Rock, gli interessi immobiliari, la politica del Montana, i grandi capitali e una modernità che avanzava consumando spazi, identità e alleanze.

«Yellowstone» è finita dopo una quinta stagione travagliata, segnata dall’uscita di scena di Kevin Costner e da un percorso produttivo complicato, diventato quasi parte del racconto pubblico della serie. La conclusione ha chiuso la parabola del vecchio ranch e ha lasciato aperte alcune strade per i personaggi sopravvissuti. «Dutton Ranch» si colloca esattamente lì: non è un racconto laterale, ma una prosecuzione diretta, costruita attorno a Beth e Rip, forse la coppia più rappresentativa dell’anima brutale e sentimentale del franchise. In loro Sheridan ha concentrato due elementi chiave del suo mondo: il legame assoluto con la terra e la convinzione (molto americana) che ogni forma di pace debba essere conquistata, spesso pagando un prezzo altissimo.

La visione dell’autore

La forza di «Yellowstone» sta soprattutto nella figura del suo autore. Taylor Sheridan non è arrivato al western da spettatore occasionale. Prima di diventare uno degli sceneggiatori e produttori più potenti della televisione americana, è stato attore, con ruoli in serie come «Sons of Anarchy», e poi autore di film che hanno ridefinito il thriller americano di frontiera: «Sicario» con protagonista Zoe Saldaña, «Hell or High Water», «Wind River». In quelle storie c’erano già molti dei temi poi esplosi in «Yellowstone»: confini morali ambigui, territori contesi, comunità ferite, uomini e donne costretti a muoversi in sistemi dove legge, violenza e sopravvivenza spesso coincidono.

Sheridan ha costruito la propria immagine pubblica in modo coerente con le storie che racconta. Non è solo lo sceneggiatore che scrive di ranch, cavalli e cowboy: è anche un uomo che in quel mondo ha investito direttamente. Nel 2022 un gruppo guidato da lui ha acquistato lo storico Four Sixes Ranch in Texas, una proprietà simbolica della cultura ranchera americana e già entrata nell’immaginario di «Yellowstone». È un dettaglio che dice molto del suo modello produttivo: Sheridan non usa il western come semplice cornice estetica, ma come sistema narrativo, economico e culturale. Le sue serie nascono da un’idea molto concreta di territorio, lavoro, proprietà, eredità e potere.

Il rilancio del western

È anche per questo che il franchise si è allargato con tanta rapidità. «1883», il primo grande prequel, ha raccontato l’origine della famiglia Dutton seguendo James e Margaret Dutton nel viaggio verso l’Ovest, lungo una rotta segnata da fame, lutti e violenza. «1923», con Harrison Ford e Helen Mirren, ha poi spostato la saga nei primi decenni del Novecento, mostrando un’altra generazione di Dutton alle prese con siccità, crisi economica, tensioni sociali e nuovi nemici pronti a mettere le mani sul ranch. Due serie diverse per ritmo e respiro, ma fondamentali per capire come Sheridan abbia trasformato una storia familiare in una cronologia del West americano.

Dallo spin-off «Dutton Ranch»
Dallo spin-off «Dutton Ranch»

In questo senso, «Yellowstone» non ha rilanciato il western televisivo limitandosi ad aggiornarne i codici. Lo ha portato dentro il presente. Le sparatorie, i cavalli e i paesaggi sconfinati restano, ma convivono con consigli di amministrazione, speculazioni edilizie, campagne elettorali, cause legali e conflitti ambientali. Il vecchio West non è più soltanto una memoria: è una struttura di potere che sopravvive nel capitalismo contemporaneo. I Dutton difendono la loro terra come un’eredità, ma anche come un impero. I loro avversari non sono solo banditi o pistoleri, bensì fondi d’investimento, politici, imprenditori turistici, istituzioni e famiglie rivali.

Il futuro del franchise

«Dutton Ranch» nasce da questa stessa logica. Cambia lo scenario, dal Montana al Texas, ma non cambia la materia del conflitto. Beth e Rip non sono personaggi in cerca di una parentesi domestica: portano con sé il trauma, la violenza e il codice morale dello Yellowstone Ranch. Il nuovo capitolo servirà a capire se il franchise può continuare a vivere anche dopo la chiusura della serie madre e senza la presenza centrale di John Dutton. La risposta, almeno sulla carta, passa da due personaggi che incarnano più di altri la parte più estrema e popolare della saga.

A quasi dieci anni dal debutto di «Yellowstone», l’universo di Sheridan è diventato una costellazione riconoscibile. Non tutte le serie hanno lo stesso peso, e non tutti gli spin-off hanno la stessa funzione, ma il progetto complessivo è chiaro: raccontare l’America attraverso i suoi confini interni, dove la terra resta una promessa, una ricchezza e una ferita. «Dutton Ranch» aggiunge un nuovo tassello a questo disegno. Per chi conosce già i Dutton, è la prosecuzione di una storia familiare segnata dalla perdita e dalla sopravvivenza. Per chi si avvicina ora al franchise, è la porta d’ingresso a un western moderno che ha fatto della serialità il suo territorio naturale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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