Cent’anni fa moriva Rodolfo Valentino, primo sex symbol e divo assoluto

La biografa Emilia Costantini racconta la rivoluzione silenziosa del re di Hollywood
Francesco Mannoni
Rodolfo Valentino
Rodolfo Valentino

Nell’industria del cinema, il favoloso mondo delle immagini, Rodolfo Valentino fu il divo per eccellenza. I suoi film fecero impazzire milioni di donne, lacrime e sospiri accesero gli schermi e lui, con la sua bellezza magnetica e ambigua, divenne il re di Hollywood, icona intramontabile anche a cent’anni dalla scomparsa.

Incontriamo la giornalista e scrittrice Emilia Costantini, che nel 2013 fu autrice del volume «Rodolfo Valentino. Il romanzo di una vita» (Fivestore) in cui ripercorreva la parabola umana e artistica dell’attore nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, il 6 maggio 1895 col nome di Rodolfo Guglielmi e morto a New York il 23 agosto 1926.

Costantini, chi era Rodolfo Valentino? Un genio o un uomo favorito dalla fortuna?

Un giovane come tanti, potremmo dire, ma con desideri molto elevati. Dopo il diploma di perito agrario a Sant’Ilario Ligure, dove era finito dopo varie peripezie scolastiche, la madre gli regalò un viaggio a Parigi. Nella capitale francese scoprì un mondo completamente diverso dal piccolo paese pugliese dove aveva vissuto. Aveva appena 18 anni quando s’imbarcò per New York in cerca di fortuna.

Come nacque il suo romanzo biografico?

Avevo scritto il soggetto di una fiction televisiva interpretata da Raoul Bova, trasmessa da Rai Due nel 2004. Piacque molto e così scrissi il libro al quale si ispirò poi Mediaset nel 2014 per la miniserie interpretata da Gabriel Garko.

Valentino proveniva da una famiglia benestante?

Pare che il padre fosse addirittura di origini aristocratiche, mentre la mamma era francese. Fu proprio lei, preoccupata per il futuro del figlio, ad affidargli i risparmi con la speranza che li investisse in California in una piantagione di agrumi. Ma New York lo travolse e così dissipò il gruzzolo dell’impresa californiana.

Valentino con Gloria Swanson in «L'età d'amare» (1922)
Valentino con Gloria Swanson in «L'età d'amare» (1922)

Come si mantenne?

Nei locali alla moda faceva il ballerino di tango. Finché Norman Kerry lo spinse a trasferirsi a Los Angeles per tentare la fortuna a Hollywood. Dopo una dura gavetta iniziò a interpretare piccole parti e nel 1921, con «I quattro cavalieri dell’Apocalisse» ebbe fortuna: il film iniziava con un tango ballato in modo strepitoso e lo rese celebre in tutto il mondo.

Ma fu un buon attore?

Assolutamente sì, fu un vero innovatore. Rifiutò di ricalcare la recitazione esasperata ed enfatica tipica del cinema muto americano dell’epoca. Introdusse uno stile più naturale, fatto di sguardi accennati e micro-espressioni: impose, di fatto, un nuovo modernissimo codice interpretativo davanti alla macchina da presa.

Il fanatismo che seppe suscitare derivava dalle sue capacità attoriali o dalla sfolgorante bellezza?

La sua sensualità era dirompente e scardinò i canoni estetici di allora. Oggi la sociologia del cinema lo considera un antesignano dell’emancipazione femminile: la sua estetica persuasiva legittimò le donne degli anni Venti a esprimere pubblicamente il proprio desiderio sessuale e la propria attrazione per un uomo, un fatto rivoluzionario per l’epoca.

Rispetto agli altri attori, in cosa primeggiava?

Nel cinema americano dei tempi di Valentino, gli attori sembravano tutti cowboy, avevano degli atteggiamenti piuttosto ordinari e l’eleganza di Valentino li oscurava. Lui è stato il primo divo assoluto, non solo americano ma internazionale. E oggi quando si parla di divi è il primo che viene in mente: lui è stato l’eccellenza, un personaggio molto distante dal cliché tradizionale.

Rodolfo Valentino e l'attrice Agnes Ayres nel film del 1926 «Il figlio  dello sceicco»
Rodolfo Valentino e l'attrice Agnes Ayres nel film del 1926 «Il figlio dello sceicco»

I suoi due matrimoni: vero amore o brevi infatuazioni?

Il matrimonio con Jean Acker fu un colpo di testa lampo, durato meno di un mese. Della seconda moglie, Natacha Rambova, fu invece profondamente innamorato, subendone enormemente l’influenza culturale e artistica. All’epoca i media americani ricamavano molto sulla fluidità sessuale di entrambi. Una condizione che nell’ambiente artistico delle avanguardie degli anni Venti era decisamente più diffusa di quanto la morale puritana del tempo volesse ammettere.

Il culto e la leggenda dell’immigrato Rodolfo Guglielmi hanno qualcosa di fiabesco, considerato che nel suo momento d’oro guadagnava addirittura cifre a più zeri?

Valentino era un abile amministratore della sua fortuna. Ma era anche molto romantico. Il suo diario e le sue poesie rivelano un animo fortemente sentimentale. È stato un grande personaggio a 360 gradi, un attore che ha portato notevoli innovazioni rispetto all’America del suo tempo. È stato innovativo nella sensualità e le donne impazzivano per lui, segno che la sua figura sfaccettata e caratterizzata da una certa solennità statuaria sapeva trasmettere imprevedibili sussulti.

A cent’anni dalla morte, perché lo sentiamo ancora vivo nel nostro tempo?

Il divismo oggigiorno è un po’ decaduto, ma ai suoi tempi era una glorificazione vera e propria. Lo ricordiamo soprattutto perché oggi non c’è una figura che possa suscitare l’interesse che scatenò lui negli anni Venti. Oltre alla bellezza, aveva anche un piglio altero: quasi un modello arcaico. Incarnava l’eroe romantico per eccellenza e a ciò vanno aggiunti i languori dell’amante latino per il quale le donne americane hanno sempre avuto un debole. Al funerale la sua bara fu portata a spalle da star dell’epoca. E Charlie Chaplin disse: «La morte di Valentino è una delle più grandi tragedie accadute nella storia dell’industria cinematografica».

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