Il «Batman» di Tim Burton non è mai passato di moda: ora torna al cinema

Il cult del 1989 che trasformò l’Uomo Pipistrello in un’icona gotica e moderna, lasciando un’impronta decisiva sul cinema dei supereroi, si potrà vedere in questi giorni sul grande schermo
Cristiano Bolla
Il manifesto di Batman di Tim Burton
Il manifesto di Batman di Tim Burton

Dal 14 al 16 settembre torna nelle sale italiane «Batman», il film con cui Tim Burton, nel 1989, consegnò l’Uomo Pipistrello a una nuova epoca. A quasi quarant’anni dall’uscita, resta una delle incarnazioni più amate del personaggio, capace di resistere persino al confronto con l’osannata trilogia di Christopher Nolan e con il più recente reboot interpretato da Robert Pattinson. Il motivo è semplice: quello di Burton è un Batman immediatamente riconoscibile, immerso in un mondo che possiede ancora oggi una forza visiva e sonora inconfondibile. Bastano la sagoma nera del costume, la Gotham gotica e smisurata, il profilo della Batmobile o le prime note della musica di Danny Elfman per capire quale universo sta per materializzarsi sullo schermo.

Prima di allora Hollywood aveva già dimostrato che un supereroe poteva sostenere un grande kolossal. «Superman» di Richard Donner, uscito nel 1978, era stato decisivo in questo senso. Batman, però, portava con sé un problema diverso: per una parte del grande pubblico era ancora legato all’immagine della serie televisiva degli anni Sessanta con Adam West, colorata, ironica e volutamente camp (ovvero esagerato, stravagante). Nei fumetti, intanto, il personaggio aveva recuperato da tempo toni più cupi e adulti, fino alla svolta di opere come «The Dark Knight Returns» di Frank Miller. Burton non adattò quel fumetto, ma intercettò bene quel cambiamento: il suo Batman tornava a essere una figura notturna, inquietante e misteriosa, senza per questo rinunciare al gusto per il grottesco e per lo spettacolo.

La genesi

La gestazione del film era cominciata molto prima del suo arrivo. Il produttore Michael Uslan inseguiva da anni l’idea di riportare sullo schermo un Batman più vicino alle radici del personaggio e meno condizionato dall’eredità televisiva. Il progetto passò attraverso varie fasi fino a trovare la propria forma nella seconda metà degli anni Ottanta, quando Burton, reduce dal successo di «Beetlejuice», venne scelto per dirigere una produzione di scala molto più ampia. Anche il casting del protagonista fece discutere, come d’altronde è stato per ogni casting di Batman. Michael Keaton era noto soprattutto per ruoli brillanti e molti fan accolsero male la scelta, temendo un Batman poco credibile e troppo leggero. Accadde l’opposto: Keaton costruì un Bruce Wayne introverso, eccentrico e quasi spaesato nel proprio privilegio, mentre sotto la maschera diventava una presenza rigida, silenziosa e minacciosa.

Il film compie anche una scelta narrativa che oggi appare meno scontata: quando la storia comincia, Batman esiste già. Non assistiamo passo dopo passo alla nascita dell’eroe, ma lo incontriamo attraverso le voci dei criminali, quasi fosse una leggenda urbana. La fotoreporter Vicki Vale, interpretata da Kim Basinger, cerca di capire chi si nasconda dietro quella figura, mentre Bruce Wayne conduce la propria doppia vita in una Gotham segnata da corruzione e violenza. Dall’altra parte emerge Jack Napier, gangster elegante e feroce che, dopo un incidente durante uno scontro con Batman, diventa il Joker. A interpretarlo è Jack Nicholson, già allora star di primissimo piano, che trasforma il personaggio in un antagonista colorato, teatrale e smisurato, quasi un coprotagonista.

Batman e Joker

È proprio nel contrasto fra Batman e Joker che il film trova una parte della sua identità. Il primo è nero, trattenuto, quasi immobile; il secondo vive di colore, musica, esibizione e caos. Burton costruisce così un universo oscuro ma tutt’altro che realistico, dove il gotico convive con l’umorismo nero e con un gusto pop apertamente spettacolare. In questo senso, il «Batman» del 1989 non ha anticipato semplicemente il realismo di Nolan e quella versione indimenticabile del Joker di Heath Ledger: ha preso sul serio il personaggio senza rinunciare alla sua natura fantastica e fumettistica.

La Gotham progettata da Anton Furst è forse l’elemento che più di ogni altro rende il film ancora riconoscibile. Non somiglia a una città americana reale, ma a una metropoli impossibile, verticale, sporca, soffocata da edifici giganteschi, fabbriche, statue e cattedrali. Ha qualcosa del noir, qualcosa dell’espressionismo tedesco e qualcosa di completamente inventato. I set costruiti negli studi Pinewood contribuirono a dare alla città una presenza fisica imponente, tanto che Furst e il set decorator Peter Young vinsero l’Oscar per la scenografia. Altro che semplice sfondo: è parte di quel Batman quanto la maschera, il mantello o il simbolo sul petto.

Costumi e musica

I costumi e soprattutto la musica hanno completato il lavoro. Danny Elfman compose un tema solenne e oscuro che sarebbe rimasto legato a lungo all’immaginario del personaggio, mentre Prince realizzò un album collegato al film, capace di raggiungere il primo posto nelle classifiche americane. La convivenza fra la partitura orchestrale di Elfman e il pop di Prince riflette bene la doppia natura del progetto: «Batman» voleva essere insieme film gotico e grande evento di massa.

Una scena di Batman di Tim Burton
Una scena di Batman di Tim Burton

E lo diventò. Il marketing della Warner trasformò il simbolo del pipistrello in uno dei marchi più riconoscibili della stagione cinematografica. Il logo bastava da solo a vendere il film e comparve ovunque, dai poster alle magliette, dai giocattoli ai prodotti promozionali. La cosiddetta «Batmania» accompagnò un successo enorme al botteghino, con oltre 400 milioni di dollari incassati nel mondo e record stabiliti già nel weekend d’esordio americano. Più delle cifre, conta però il modello industriale: «Batman» mostrò fino a che punto un film tratto da un fumetto potesse diventare contemporaneamente opera di forte personalità visiva, blockbuster, marchio globale e fenomeno di merchandising.

I supereroi al cinema

Forse non ha contribuito a creare da solo il fenomeno del cinecomic moderno, perché dopotutto «Superman» aveva già aperto una strada fondamentale. Ma il film di Burton rese evidente che un supereroe poteva essere riletto attraverso lo stile personale di un regista senza perdere la propria potenza commerciale, e che un mondo fumettistico poteva essere costruito al cinema con un’identità così forte da sopravvivere alle mode e ai reboot successivi. Il successo aprì la strada a «Batman - Il ritorno» e influenzò anche la successiva «Batman: The Animated Series», che avrebbe raccolto e trasformato alcune suggestioni dell’universo burtoniano.


Rivederlo oggi, al cinema, negli anni in cui il DC Universe è in corso di rilancio, significa quindi tornare a un momento in cui molte delle regole dei cinecomic contemporanei non erano ancora diventate formule: il costume corazzato, il villain affidato a una grande star, la città trattata come personaggio, il logo trasformato in brand, il regista chiamato a imprimere una visione personale a un’enorme proprietà industriale. Burton non inventò Batman e non inventò il film di supereroi, ma diede a entrambi una nuova forma. E, ancora oggi, la sua Gotham continua a essere unica.

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