Sarà museo la casa di Cesare Pavese, luogo del cuore e del pensiero

Per il Comune e la Fondazione «la casa-museo dovrà essere uno spazio di dialogo in cui ognuno ritrovi una parte di sé»
Iuri Moscardi
La casa di Santo Stefano Belbo, dove Pavese nacque nel 1908
La casa di Santo Stefano Belbo, dove Pavese nacque nel 1908

Lo «stradone» che da Santo Stefano Belbo va verso Canelli, circondato dalle colline verdi di vigne delle Langhe, racchiude in pochi metri uno scrigno di tesori legati al più illustre dei santostefanesi, Cesare Pavese. Uscendo dall’abitato, si incontra prima il cimitero – dove dal 2002 la famiglia ha deciso di traslarne la tomba – e poi due luoghi de «La luna e i falò»: la casa del falegname Nuto (al secolo Pinolo Scaglione, amico dello scrittore) e la cascina della Mora dove è ambientato il romanzo.

Il progetto

A metà strada tra questi sorge la casa signorile dove, il 9 settembre 1908, Cesare Pavese venne alla luce. Il ricordo dello scrittore, già segnalato da pannelli, statue e targhe, si è arricchito di recente con l’acquisto dell’immobile da parte dell’amministrazione comunale. «L’operazione non aggiunge semplicemente un immobile al patrimonio comunale ma ha un particolare valore simbolico per tutto il paese – spiega Laura Capra, già sindaca di Santo Stefano Balbo e presidente della Fondazione Cesare Pavese –. È un atto con cui si restituisce alla comunità e ai visitatori un luogo fondativo, dove sono racchiuse le radici più profonde di uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano».

Cesare Pavese
Cesare Pavese

Su cui il Comune punta molto già da anni: la citazione pavesiana «Un paese ci vuole» definisce il progetto di riqualificazione urbana in chiave culturale e turistica lanciato nel 2021, che si completa ora dopo la sistemazione della tomba dello scrittore nel 2022, e della casa di Nuto. Proprio per il fatto di essere il luogo pavesiano meno accessibile la casa esercita da sempre grande fascino su visitatori e turisti. L’acquisto da un privato per 200mila euro è stato fatto in un’ottica di sviluppo del territorio, con una ricaduta anche economica sul paese: «Santo Stefano e le Langhe sono eccellenze vitivinicole e culturali, le nostre colline sono patrimonio dell’umanità Unesco: la casa diventerà un museo che, come la casa di Giacomo Leopardi a Recanati, attrarrà il maggior numero possibile di visitatori».

Luogo del cuore

Entusiasta è anche Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Pavese dal 2010: «Si tratta di un vero regalo alla collettività perché ora potremo offrire ai visitatori tutti i luoghi legati all’immaginario intellettuale di Cesare Pavese». Oggi la Fondazione organizza visite individuali (in sette lingue) alla scoperta delle sue collezioni: manoscritti, prime edizioni, documenti e donazioni. La casa natale integra questa offerta culturale in un «messaggio coerente con il nostro racconto dello scrittore».

Sebbene la famiglia la vendette nel 1916, essa custodisce il legame con l’immaginario intellettuale che fa di Pavese un grande scrittore. Pur vivendo gran parte della vita a Torino, rese Santo Stefano – presente nella sua opera dalla prima poesia del 1930, «I mari del sud», all’ultimo romanzo del 1950, «La luna e i falò» - «il luogo dell’anima, dei miti, il paesaggio interiore, in primis suo ma anche e soprattutto di ognuno di noi, quello che ci dà senso di consapevolezza e appartenenza» spiega Vaccaneo.

Dopo il recupero dell’immobile, operazione che si prospetta a medio e lungo termine, in attesa di reperire tutti i fondi necessari, alla Fondazione spetterà il compito di riempirlo di contenuti: «L’idea è costruire un percorso di senso che racconti il Pavese ragazzo, un periodo sacro della sua vita che si sviluppò in questi spazi, in dialogo con l’adulto e scrittore di Torino: la casa natale costituirebbe un punto dialettico che metterà in relazione questi poli, creando un luogo dove ognuno ritrovi, dentro le stanze vissute da Pavese, anche una parte di se stesso» conclude Vaccaneo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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