Se la storia della Chiesa del Novecento ha trovato in Paolo VI il timoniere del Concilio Vaticano II, è nel silenzioso e instancabile lavoro del notaio Giuseppe Camadini che quella stessa visione ha trovato una casa per il futuro. Il legame tra il Pontefice e l’operoso intellettuale cattolico non è stato solo un incrocio di biografie radicate nella stessa terra, ma si è trasformato in una straordinaria opera di custodia culturale: quell’Istituto Paolo VI nato per fare in modo che il pensiero montiniano continuasse a parlare al mondo moderno.

Il legame
Quando nell’agosto del 1978 papa Montini si spegneva a Castel Gandolfo, Giuseppe Camadini raccoglieva idealmente un testimone destinato a segnare il resto della sua vita. Attraverso la fondazione del Centro studi, il notaio ha dimostrato (una volta in più) come la spiritualità cattolica potesse farsi azione concreta, traducendo la complessa eredità conciliare in un dialogo sempre aperto con la modernità.

All’Istituto Paolo VI di Concesio le due straordinarie figure si sono simbolicamente nuovamente riunite. L’occasione è stata la serata dei primi in ricordo, appunto, del notaio Camadini, col conferimento del Premio Paolo VI per l’arte contemporanea all’artista giapponese Kanaco Takahashi e del Premio musicale Giulio e Giulio Bruno Togni ai giovani bresciani Loris Bonetti e Valentina Gabrieli. Evento che si è svolto il 26 settembre, giorno di nascita (nel 1897) di Giovanni Battista Montini.

Custodire la tradizione
L’importanza del fare memoria, del custodire la tradizione per trarne insegnamenti per il presente, è stato il cuore dell’introduzione di Michele Bonetti, presidente della Fondazione Tovini; fu proprio Bonetti a raccogliere il testimone da Camadini («grande protagonista della Brescia cattolica») alla guida dell’istituzione creata da Vittorino Chizzolini.
«Per esprimere il nostro legame di gratitudine verso il notaio Camadini – ha detto – mi piace citare Paolo VI e quello che disse durante l’Angelus del 2 novembre 1975: dai morti noi abbiamo ereditato la vita. Ed ecco allora che quel legame di gratitudine, attraverso noi che ne facciamo memoria, e chi verrà a sua volta dopo di noi, diventa un ponte verso l’eredità».
Un vero maestro di vita
C’è una definizione del cardinale Giovanni Battista Re che racchiude l’intera essenza del suo storico amico Giuseppe Camadini: «Un laico che diede testimonianza operosa e concreta nella società del nostro tempo come credente e come cittadino». È stato proprio il decano del Collegio cardinalizio a tratteggiare la figura di Camadini («un uomo guidato da un’etica assoluta intrisa di valori cristiani» per usare le parole del sindaco di Concesio Agostino Damiolini).

«Giuseppe Camadini è stato un fedele continuatore della linea feconda del grande cattolicesimo bresciano – ha detto il porporato –, nel quale spiccano laici animati da una fede profonda, tradotta in una presenza anche civile e nel campo economico, oltre che nella partecipazione alla vita della comunità locale. Laici capaci di creare iniziative, istituzioni ed opere corrispondenti ai bisogni del tempo».
Dare continuità a questa «tradizione feconda di opere e di frutti» era per Camadini «un dovere di coscienza». E poi, «aiutare i giovani a crescere moralmente, culturalmente e spiritualmente»: «Sentiva profondamente l’assillo di trasmettere alle nuove generazioni valori e ideali e dando loro l’orizzonte di un futuro che non sia soltanto di denaro, ma anche sviluppo della propria personalità, arricchimento della propria dignità umana e ricerca dell’onestà e del bene. Fu un vero maestro di vita».
Tensione unitiva
«Camadini era una persona di grande intraprendenza, dotato di una forza e di una determinazione sorprendente nel dare attuazione alle intuizioni – ha proseguito il porporato –. Studiava seriamente le varie problematiche e aveva lucida capacità di analisi e di sintesi. Nella profonda e vasta crisi morale del nostro tempo agiva senza cedimenti, ma anche senza integralismi».

«Tensione unitiva» era una sua espressione tipica: «Egli propendeva sempre per la composizione delle diversità e delle divergenze dialogando e cercando di capire le ragioni degli altri. Nel suo animo vi era uno spirito di servizio e sincero desiderio di aiutare e di favorire sempre la promozione dei valori umani e spirituali».
Ancora una volta, il ricordo del notaio Camadini non è stato uno sterile esercizio agiografico, ma l’occasione per sottolineare quanto i grandi ideali abbiano bisogno di gambe robuste (e menti solide) per camminare nella storia. E che l’eredità del grande cattolicesimo bresciano non è un monumento da contemplare, ma un mandato preciso all’impegno personale nella costruzione del bene comune.




