Il professore Malighetti: «Il pensiero cinese abbraccia il mutamento»

Anita Loriana Ronchi
L’antropologo parlerà domani dei «Fondamenti filosofici della cultura cinese» al Mita-Centro di Brescia alle 21
Il professore Malighetti - © www.giornaledibrescia.it
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Un mondo così lontano, così vicino. Capire la Cina oggi significa attraversarne le trasformazioni, leggere i suoi simboli, afferrarne le logiche profonde. E, soprattutto, vuol dire appropriarsi di alcuni strumenti che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi.

Un viaggio affascinante, tanto profondo quanto singolare; una ricerca in cui a fare da rotta è la voglia, appunto, di conoscere l’altro in una dialettica di echi e rimandi, di suoni ed immagini. Il tutto in una cornice d’eccezione, ovvero il Mita-Centro culturale di via Privata de Vitalis, a Brescia, dove domani, giovedì 29, alle 21 si terrà la conferenza «I fondamenti filosofici della cultura cinese» con Roberto Malighetti, professore ordinario all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, tra i massimi esperti italiani di antropologia culturale e antropologia della Cina.

Il professore Malighetti sarà in dialogo con Giovanni Valagussa, curatore della Collezione Zaleski, per il primo di tre appuntamenti (ad ingresso gratuito) di Voices / Hybritude Talk, dedicati ai processi di ibridazione tra saperi, culture e discipline legati alla mostra «Le Trame del Dragone. Tappeti cinesi delle dinastie imperiali», in corso fino al 7 giugno. All’esperto abbiamo chiesto qualche anticipazione sulla serata.

Professor Malighetti, quali saranno i temi centrali del suo intervento?

«È un tentativo di fornire chiavi di lettura per accostarci alla complessità culturale, sociale ed anche economica e politica della Repubblica popolare cinese, alle basi filosofiche e a quella forma di razionalità prodotta dal pensiero cinese nonché ad una specifica lingua e modalità di scrittura. Come antropologo, la mia sarà una prospettiva trasversale che esplora l’attraversamento delle culture sulla dimensione di un itinerario formativo che in altre culture, appunto, trova i meccanismi per cogliere la nostra identità. In parole semplici, si tratta non di descrivere gli altri, ma di “usarli” come strumento del pensare».

Lingua e scrittura cinese, quali sono le specificità?

«Racchiudono forme che sono molto diverse dalle nostre. La lingua cinese non è una lingua indoeuropea, non è flessiva, non ha singolare-plurale. I caratteri non si definiscono come verbi, aggettivi, avverbi e non ha sostantivo, il «substratum» che sta al di sotto degli attributi. Non è quindi una lingua fondativa, elaborata per l’oggettività che sta sotto. Nella mia conversazione, accennerò anche alla scrittura che non è astratta come quella delle lingue indoeuropee che rappresentano un suono: è strutturata, con i sinogrammi, per un rapporto diretto con la realtà. La lingua cinese non ha verbo «essere», non ha un predicato ontologico perciò non può predicare qualcosa in termini di essenza».

Una visione molto diversa da quella occidentale...

«Anticamente, i cinesi usavano la particella “anche", che si struttura in maniera analogica, metaforica; una non fissazione sulla verità che evoca il mutamento. Ne è esempio l’«I Ching», testo classico della cultura cinese, che poi il filosofo Leibniz ha introdotto in Europa e che è alla base del suo sistema di aritmetica binaria. Anche yin e yang non sono sostanze; non c’è nulla di totalmente yin e yang, ma sono due princìpi assolutamente complementari, come ben simboleggiato dall’immagine dei due “pesci” con al centro due sfere, nero col bianco e bianco col nero».

Quali stimoli suggeriscono queste riflessioni?

«Aiutano, tra l’altro, a cogliere la grande facilità con cui la Cina affronta i cambiamenti in campo politico, economico, culturale. Il suo è un pensiero plastico legato al divenire, non in senso eracliteo o nietzscheano di movimento che si trasforma dal nulla per arrivare ad un momento finale, ma un costante continuo fluire senza fine, più vicino a quello che ci raccontano i fisici subatomici oggi».

Che valore hanno, secondo lei, le iniziative come quelle del Mita per favorire la conoscenza e il dialogo interculturale?

«Ritengo sia importante non solo per l’originalità del tema, ma anche per tutto ciò che stanno organizzando di contorno e per lo stesso concetto di "trama” del sapere, al di là delle convinzioni o del credo personale. Considerare tutti gli aspetti di un Paese che è diventato un protagonista sulla scena mondiale è di rilievo anche per gli imprenditori. Si è appena celebrato il 55° anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Cina. Dal 2013 vivo in Cina diversi mesi all’anno e posso testimoniare che i cinesi hanno una grandissima stima del nostro Paese, lo adorano per le sue tradizioni e la cultura e, anche quando acquistano un brand italiano od europeo, vogliono acquisirne il know-how, la storia che poi portano a casa».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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