Nauru è una minuscola isola del Pacifico che sembra lontanissima da noi e che, invece, nella ricerca dell’artista Stefano Cagol (Trento, 1969) diventa una sorta di specchio del presente. È uno dei più piccoli Stati insulari del mondo e porta nella propria geografia le tracce di una storia di sfruttamento delle risorse, trasformazioni irreversibili del territorio e crescente vulnerabilità climatica. «We Are All Nauru – Every Island is Melting» è il titolo della mostra monografica che inaugura venerdì 25 settembre alle 19 negli spazi di CARME in via Battaglie 61/1 a Brescia, a cura di Ilaria Bignotti, in collaborazione con CARME e Camilla Remondina (visitabile fino al 15 novembre dal giovedì alla domenica dalle 16 alle 20). L’appuntamento acquista un rilievo particolare perché si svolge in contemporanea con la quarta partecipazione di Cagol alla Biennale di Venezia, questa volta con il Padiglione Nazionale della Repubblica di Nauru, diventandone quindi una sorta di evento satellite, in cui Brescia raccoglie e amplifica il progetto veneziano, permettendo di approfondire la visione di un protagonista di primo piano della scena artistica attuale su temi che ci riguardano da vicino.
Cagol, da molti anni lei affronta questioni ambientali e geopolitiche. Che cosa può ancora fare un’opera davanti a fenomeni che conosciamo attraverso dati e notizie quotidiane? Qual è la responsabilità dell’artista?
Una responsabilità sempre più grande. I dati sono freddi, li osserviamo, li comprendiamo e poi li dimentichiamo. Anche di fronte all’allarme climatico si è creata una sorta di assuefazione. L’arte può produrre immagini nuove, capaci di rendere percepibili questioni complesse e di rimanere nella memoria.
La sua ricerca attraversa linguaggi diversi, dal video alla fotografia, fino all’azione diretta. Nei suoi lavori mette spesso in gioco il proprio corpo, anche attraverso gesti provocatori. Perché questa scelta?
Spesso realizzo azioni in solitaria, le documento e successivamente le presento attraverso immagini e video. Mi interessa la forza comunicativa del gesto, anche con atti che possono apparire paradossali rispetto al senso del mio lavoro. In Groenlandia, per esempio, ho incendiato una bomboletta di gas, un gesto forte, condannato da molti, ma che in realtà ha un impatto infinitesimale rispetto a ciò che accade ogni giorno sul pianeta. Metto in scena la violenza dell’uomo sull’ambiente, il contrario di ciò che ci si aspetterebbe da un artista ecologista. Il fatto è che non sono un semplice osservatore esterno, ma appartengo anch’io al mondo di cui racconto le contraddizioni.

Che cosa significa affermare che «siamo tutti Nauru»?
Quello è un piccolo mondo che si sta esaurendo, consumando letteralmente la propria terra attraverso l’estrazione del fosfato. Un esempio perfetto di ciò che sta avvenendo su scala planetaria. Siamo affamati di risorse, dal petrolio alle terre rare, e molte delle guerre che ci circondano sono legate al loro controllo. La nostra civiltà ha raggiunto possibilità tecnologiche straordinarie, al punto da modificare il clima e il paesaggio. Nauru, col suo destino segnato, è un segnale d’allarme, che ci pone di fronte alla necessità inderogabile di trovare un modo diverso di gestire il mondo.
A CARME, dal rosso di «The Global Warning» ai paesaggi di «We Are the Flood», la denuncia conserva una forte dimensione poetica ed evocativa. Quanto conta questo aspetto?
È fondamentale, perché un artista non smette mai di esserlo e di utilizzare il linguaggio dell’estetica. Anche quando affrontiamo questioni urgenti, resta centrale la ricerca dell’immagine. Vedere il ghiaccio che si scioglie ha un impatto emotivo molto più forte che leggere un dato sulla sua scomparsa.
Da Venezia a Brescia, il suo progetto trova a CARME una nuova dimensione. Che cosa aggiunge questo luogo alla sua ricerca?
È la prima volta che espongo a Brescia e ne sono molto contento. L’invito per questa mostra è giunto ancora prima che si concretizzasse la partecipazione al Padiglione di Nauru, e poi ci è parso naturale amplificare il progetto anche in questo spazio meraviglioso di una città che manifesta una particolare sensibilità rispetto ai temi cruciali dello sfruttamento, della multiculturalità e delle sfide ambientali.



