Sommessa solo nel titolo (“In Minor Keys”) la Biennale di Koyo Kouoh alza la voce, e riprendendo il filone delle culture alternative al mainstream eurocentrico e occidentale (dopo la biennale surrealista e queer di Cecilia Alemani del 2022, e lo sdoganamento degli artisti del sud del mondo due anni fa con Adriano Pedrosa e risultati un po’ naif) finisce per risultare la più politica degli ultimi anni. La scelta di fare un passo indietro a favore di ascolto, dialogo e condivisione porta alla ribalta quel secondo (o terzo) mondo che chiede di aprire il discorso su post-colonialismo, ecologia, migrazione, partecipazione politica.
Il contenuto
La mostra lo fa in maniera forte e consapevole, grazie anche ad una selezione di artisti – svolta dalla curatrice prematuramente scomparsa nel maggio 2025, e portata avanti dal suo team – forse meno noti al grande pubblico e alla critica, ma forti di curricula autorevoli (spesso cresciuti in accademie e scuole d’arte cui è dedicata un’apposita sezione) e di partecipazioni a mostre ed esposizioni internazionali.
Il risultato è un discorso corale e coerente, lontano da rivendicazioni di parte, ma con la capacità propria dell’arte di dare voce ad istanze universali. É la voce del “mondo black” che la curatrice, camerunense cresciuta in Svizzera, individua in tutti i territori in cui gli schiavi africani deportati misero radici, dal Sudamerica ai Caraibi, agli Stati Uniti e ora all’Europa delle grandi migrazioni. Un mondo “creolo” per utilizzare un concetto sviluppato dal filosofo Edouard Glissant (tra i punti di riferimento della curatrice) capace di mescolare culture e parlare un linguaggio nuovo, creativo, partecipato e accogliente. Così, nei due spazi del Padiglione centrale ai Giardini (più ordinato e coerente nel percorso espositivo: consigliamo di partire da qui) e delle Corderie dell’Arsenale (una grande “parata” colorata e polifonica) i temi portanti dell’esposizione si avvicendano sempre con un doppio sguardo, tra memoria del passato e interpretazione del presente, fra tecniche tradizionali e nuovi media.
I temi
In primo piano naturalmente la migrazione, quella forzata della tratta degli schiavi e quella contemporanea indotta da guerre, crisi economiche e climatiche. Big Chief Demond Melancon, discendente dei Seminole, sui suoi monumentali costumi da parata racconta le deportazioni nelle grandi pianure americane e la traversata dell’oceano degli schiavi; Edouard Duval-Carrié allestisce un pantheon delle divinità che i transfughi da Haiti portarono con sé in Usa dopo il golpe del 1991; Tuan Andrew Nguyen recupera le testimonianze dei senegalesi arruolati nell’esercito francese per combattere in Indocina; e Issa Samb immortala i naufràgi dei migranti nel Mediterraneo. C’è il legame ancestrale alla Terra madre e agli spiriti che la abitano, nelle sculture in terracotta di Seyni Awa Camara (già viste a Brescia qualche anno fa) che accolgono il visitatore sotto gli affreschi liberty di Galileo Chini, e negli animali di Celia Vasquez Yui; negli imponenti “guardiani” di Daniel Lind-Ramos assemblati con materiali di scarto, e nei simboli del candomblè, la religione afrobrasiliana, riletti da Ayrson Heraclito in lucidissimo acciaio. Alla carnalità vegetale dei mega fiori di Maria Magdalena Campos-Pons fanno da contraltare le raffinate calligrafie su carta giapponese con cui Alexa Kumiko Hatanaka denuncia la crisi climatica nell’Artico. Tra pop e fiaba surreale Sabian Baumann disegna “nature (quasi) morte”. La Terra madre rivive nel femminismo ante litteram delle “spose rivoluzionarie” dell’Uruguay di Leonilda Gonzalez e nelle attiviste antimilitariste giapponesi di Yoshiko Shimada.
Lo sfruttamento coloniale si concentra ora sulle terre rare: Sammy Baloji innesta la struttura cristallina dell’uranio su calchi di statue arcaiche congolesi; nell’accecante corridoio rosso di Alfredo Jaar brilla un piccolo cubo composto dai minerali vitali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Antiche tragedie tornano alla luce nei carotaggi che Joana Hadjithomas e Khalil Joreige compiono nei terreni dei campi profughi in Libano e nelle fondamenta di Venezia, e nei vasi creati da Adebunmi Gbadebo con l’argilla rossa delle tombe nella piantagione in Carolina del Sud dove i suoi antenati furono costretti a lavorare. Un risarcimento postumo, l’invito a non seppellire la storia nel passato.




