È stata restauratrice per trent’anni. Affreschi, cantieri, calce, pietra, il Bresciano come territorio di lavoro. Poi, Silvia Gaffurini ha preso quegli stessi concetti di cura, recupero e salvaguardia e li ha portati altrove. È nata così una ricerca poetica che intreccia fotografia, scultura e materiali poveri – ferro, magneti, tronchi, spugne – mantenendo sempre un rapporto fisico con la materia. Nelle sue opere convivono memoria, paesaggio e urgenza ecologica: ruderi contadini, architetture abbandonate, racconti grafici sulla decarbonizzazione che si trasformano in fiori e pagode. Ogni progetto di Garuffini è un ragionamento su quello che l’uomo costruisce, dimentica o distrugge, e su quello che invece vale la pena custodire. Le sue opere hanno viaggiato per il mondo – da Los Angeles, fino alla Cina – costruendo un percorso in cui la storia dei luoghi e la sostenibilità del pianeta sono i fili rossi costanti da seguire. Fino al 14 giugno 2026 è possibile vedere il suo lavoro nello spazio site-specific in Cavallerizza - Centro della Fotografia Italiana, in via Fratelli Cairoli 9 a Brescia, dove presenta l’installazione «Sponge City», nata da una residenza artistica in Cina e da un incontro ravvicinato con il modello urbano dell’architetto Yu Kongji, recentemente scomparso, che mette l’acqua e la natura al centro della città.
Silvia, da dove nasce la sua ricerca artistica?
Io provengo dal mondo del restauro ed è proprio questo il nucleo fondativo di tutta la mia ricerca con i concetti di recupero, salvaguardia e, soprattutto, cura. Ho lavorato per circa trent’anni nel restauro di affreschi e opere d’arte antiche, soprattutto nel bresciano, tra cantieri e interventi conservativi. Quello è stato il mio mondo fino ai cinquant’anni. Poi ho preso queste idee della cura e del rispetto e le ho trasformate in una visione nuova, partendo dalla fotografia. Ho iniziato la mia sperimentazione nel 2014, ma fin da subito non mi interessava la fotografia come semplice scatto. Per me era uno spazio su cui lavorare, da ibridare e modificare. Ho iniziato con un lavoro che si chiamava “Tempo Vita” e per me è stato un passaggio importante.
Come lavora tecnicamente sulle fotografie?
Il restauro e la cura sono ancora dentro tutto quello che faccio. Sulle immagini utilizzo tecniche come l’embossing, una goffratura a sbalzo: stampo la fotografia e poi intervengo incidendo la carta, creando una tridimensionalità. È come se emergesse una realtà altra. All’inizio i lavori erano molto più legati all’autoritratto e alla conoscenza di me stessa. Poi la ricerca si è spostata verso il paesaggio, soprattutto quello abbandonato, i ruderi, le architetture dimenticate.
Questa poetica emerge chiaramente nel progetto «Ottava lampada» …
È un progetto lungo e aperto, iniziato nel 2021, ispirato al testo di John Ruskin «Le sette lampade dell’architettura» del 1849. Al momento ci sono cinque lampade. Raccontano il viaggio attraverso i ruderi, i manufatti che l’uomo ha costruito e abbandonato: non castelli o palazzi di prestigio, ma costruzioni contadine, di nessun valore estetico. Per me hanno però un valore storico enorme. Sono molto legata al materiale come valore semantico. Le pietre, la calce – tutti materiali che ho utilizzato in ambito conservativo – sono elementi di struttura che raccontano la sapienza di chi le ha costruito queste architetture, una sapienza millenaria che stiamo perdendo o che abbiamo già perso del tutto.
Come è nato il progetto «Sponge City»?
Alla fine del 2024 mi è stata offerta una residenza in Cina e ho avuto la possibilità di visitare due città del sud molto diverse: Wenling, nello Zhejiang, di fronte a Taiwan, dove si è svolta la residenza, e poi la celebre Wuhan nel 2025. L’impatto è stato fortissimo, perché la Cina che ho vissuto era lontanissima dall’immagine distorta che abbiamo noi occidentali. Quello che più mi ha colpito è come queste città enormi siano entrambe costruite sul modello di «sponge city», in cui il verde, la natura e la biodiversità sono tenuti grandemente in considerazione.

Com’è arrivato il contatto con la Cina?
Ero stata invitata dall’Associazione Fotografia di Wenling guidata dal fotografo Ye Wenlong, una personalità piuttosto conosciuta in Cina. E in quell’occasione tutti mi parlavano del valore dell’acqua e della natura, con la loro cultura millenaria legata al confucianesimo. Da lì è nata l’esigenza di raccontare il concetto di Sponge City.
Cosa sono esattamente queste città spugna?
È un modello urbano ideato dall’architetto paesaggista Yu Kongjian, purtroppo scomparso l’anno scorso in un incidente in Brasile. È lui che ha immaginato che in Cina l’umano e il non umano dovessero per forza convivere. Negli anni Novanta il paese è stato devastato dal cemento, dalla deviazione dei fiumi, dalla costruzione incontrollata. Poi, dal 2004 in avanti, Yu Kongjian con il suo studio Turenscape ha iniziato a lavorare su un modello completamente diverso, convincendo Xi Jinping e il governo cinese a investire in questo tipo di progettazione urbana. Oggi moltissime città vengono costruite così, come delle spugne: lasciando spazio all’acqua che non viene deviata ma accolta, creando reti di canali, utilizzando materiali ecosostenibili, permettendo alla natura di restare anche libera e selvaggia con una biodiversità molto fiorente. La cosa che mi ha colpito è vedere come le persone vivono questi spazi. Gente che fa tai chi nel centro della città e grattacieli da cinquanta piani che si specchiano nell’acqua.»
Come si è tradotto questo modello nella sua opera?
«Ho fotografato Wenling e Wuhan. Nella parte superiore delle immagini c’è Wenling: una realtà più verde, più periferica e selvaggia, quasi sospesa tra natura e costruzioni abbandonate. Sotto invece c’è Wuhan: la metropoli dinamica contemporanea con i riflessi dei grattacieli nell’acqua. In mezzo ho inserito dei grafici sulla decarbonizzazione e sulle politiche per la produzione di energie rinnovabili che la Cina sta attuando dal 2004 con un programma fino al 2050. Questi grafici, poi, si trasformano in elementi vegetali, pagode, forme floreali. È simbolo di rinascita e dell’idea che ho del concetto di recupero e di una nuova forma di sostenibilità.
E l’installazione attualmente ospitata in Cavallerizza, che fa sempre parte del ciclo «Sponge City» com’è strutturata?
Le immagini si trovano all’interno di una struttura site specific per gli spazi della Cavallerizza. Prima di Brescia, l’installazione è stata esposta a Biella, a Casa Regis, un centro internazionale di arte contemporanea di cui faccio parte. Lì la struttura aveva una forma diversa. Qui a Brescia la forma è costruita con barre di ferro tenute insieme da calamite. Anche qui i materiali hanno un significato: il ferro e il magnete evocano l’equilibrio, ma anche la sua precarietà. Questi ferri formano disegni stilizzati di un’ipotetica città, con verticali e orizzontali che si incastrano. Per me i materiali hanno sempre un significato. Tutto poggia su tronchi di legno tagliati, che rappresentano il nostro disastro occidentale, la deforestazione su cui abbiamo costruito la nostra economia. È una denuncia su tutto ciò che noi umani perpetriamo nei confronti del non umano. È una presa di posizione politica. Ci sono poi delle spugne colorate di azzurro, con una funzione metaforica: hanno assorbito l’acqua, come fanno le Sponge City. C’è poi uno specchio che simula la superficie dell’acqua e riflette il visitatore e l’ambiente circostante. In Cavallerizza ho aggiunto anche un ramo raccolto nel bosco, come elemento di transizione tra l’architettura e il non umano. È un racconto di coesistenza per raggiungere l’equilibrio. Noi umani non possiamo fare nulla senza l’ambiente e così l’ambiente ha bisogno della nostra cura per essere custodito.



