Le sue tavole sono distese blu di inchiostro. Non lo stende però con un pennino: il suo strumento è la più classica delle biro, la Bic. Ne ha scatole piene. Impossibile quantificare quante ne utilizzi. Per realizzare un’opera di medie dimensioni impiega circa tre settimane: si mette lì, con la Bic, e riempie i fogli o le tavole incrociando righe di inchiostro con le sue penne a sfera. Alla fine i quadri sembrano quasi metallici. Talvolta hanno profondità stranianti. Lei, Silvia Inselvini, li realizza attraverso un lavoro così ripetitivo e concentrato che diventa quasi una meditazione e che è sempre, sempre performativo. «Impossibile però trasmettere questo aspetto della performance nell’oggetto finito», spiega la bresciana. «Il gesto è essenziale nelle mie opere. Delle immagini non me ne frega niente». Tranchant, ma onesta: l’arte figurativa non la riguarda. «Siamo troppo stimolati», dice. «Vorrei tornassimo a uno sguardo diverso. E magari anche a realizzare opere senza titoli: anche quelli sono fuorvianti, danno già un’impostazione di lettura. Per questo la percezione di un lavoro non è mai neutra, come le parole».

Le sue opere sono esposte in questo periodo in via Trieste a Brescia, negli spazi della galleria E3 Arte Contemporanea (nella mostra «A-létheia di Silvia Inselvini e Claudio Adami a cura di Pamela Addessi), ma li si può trovare anche in importanti collezioni italiane ed internazionali. Sono tutti sempre riconoscibilissimi: come ci racconta in quest’intervista, l’artista ha trovato il suo stile, il suo strumento e la sua tecnica (sempre, comunque in evoluzione) quando ancora frequentava l’accademia d’arte e in quindici anni ha sviluppato una ricerca coerente e profonda. Come il blu della maggior parte delle sue opere.
Silvia, qual è il suo percorso artistico?
Vengo da studi di Belle arti imprevisti. Ho frequentato il liceo scientifico e non mi è mai passato per la testa di fare dell’arte una professione fino all’ultimo anno. Non so cosa sia accaduto. Niente di mistico, ma ho avuto una sorta di epifania: durante le gite scolastiche nei musei ho capito che l’arte smuoveva qualcosa dentro di me. Ho sempre avuto anche velleità artistiche, ma siamo a Brescia e, nell’ottica del genitore bresciano medio l’arte non è un lavoro. Il contesto familiare e sociale, quindi, non mi ha spinta a pensarci. Alla fine del liceo scientifico, però, ho deciso di approfondire e ho fatto l’accademia.
Quando si è avvicinata all’arte non figurativa? Il suo è uno stile riconoscibile sin da subito.
Pur essendo stato un percorso, il passaggio è stato abbastanza rapido. Mi ritengo fortunata: ho capito quasi subito cosa mi interessasse. Il lavoro a penna mi è sempre piaciuto, ma inizialmente ho cominciato con il figurativo. Avevo la testa di un’adolescente, quindi ritraevo scene della mia quotidianità. Ma sempre con la Bic.

La Bic blu, appunto. Perché?
La penna mi ha sempre affascinata, anche se devo ancora approfondire le ragioni: è qualcosa che ho sempre avuto dentro. Spesso rispondo che, avendo sempre letto molto, come tutte le persone che leggono mi è venuta voglia di scrivere. Ho sempre avuto una fascinazione per la scrittura, ma non è tra i miei talenti. Sono anche molto critica verso me stessa e, confrontandomi con i grandissimi e le grandissime, quando ti senti mediocre finisci per lasciar perdere. Lascio scrivere chi se lo merita e chi lo sa fare. La fascinazione, però, è rimasta e l'ho sviluppata in questo modo. Mi sono anche resa conto che è rivolta al gesto, alla gestualità, alla forma di ripetizione che porto avanti oggi. I primissimi lavori risalgono al 2008-2009. Avevo appena iniziato l'Accademia, ma molto presto questa pratica è diventata la mia cifra. E non vedo la fine del tunnel: può sembrare un gesto ripetitivo in maniera meccanica, ma non lo è. Nel tempo la mano cambia, la mano impara. Se dovessi realizzare una retrospettiva affiancando i lavori passati a quelli attuali, si vedrebbe l'evoluzione. Per me è evidente, la vivo sulla mia pelle. La ripetizione umana, inoltre, ha una valenza diversa rispetto a quella di una macchina.
Il gesto è più importante dell’oggetto, quindi?
Sì. Ho abbandonato quasi subito la parte figurativa perché mi sono resa conto che non mi interessava, né dal punto di vista formale né da quello dei contenuti. Siamo in un momento storico, e non parlo soltanto del 2026 ma di un periodo che va avanti da tempo, in cui siamo oberati di immagini. Non le trovo interessanti.
È una forma di rigetto, una reazione?
In qualche modo sì. Ogni scelta deriva da posizioni personali. Tutta questa stimolazione la soffro. Penso che il passaggio dall'immagine all'informale sia stato naturale.
Dal punto di vista tecnico il suo lavoro potrebbe sembrare semplice, ma immagino ci siano molte incognite e difficoltà, anche rispetto ai materiali e alla loro durevolezza...
È un procedimento puramente pratico, una cosa semplice: avanti e indietro con la penna. Sotto certi punti di vista può sembrare una banalità, ma non lo è. Ci sono una serie di aspetti che non conosci finché non ti metti al lavoro. Prima di tutto bisogna regolare molto bene la pressione, per non distruggere la carta. Alla fine è una forma di meditazione: un perdersi, ma mantenendo il controllo. Oltre alla pressione, negli ultimi lavori realizzati su tavole in gesso, serve una regolazione ancora maggiore per non creare solchi. È un lavoro di costante ripetizione, orientato alla ricerca dell'assoluto. Vorrei arrivare all'essenziale: per questo le immagini non mi servono. Agisco e mostro il tempo. Ci sono poi anche delle derive quantistiche. Penso a una tavoletta in gesso: impiego tre settimane per realizzarne una di piccole dimensioni, mentre chi la osserva vede, in un solo colpo d'occhio, una quantità di tempo incredibile. E il lavoro ha anche a che fare con il sacro. Nei testi di mistica orientale e occidentale si trovano posizioni talmente vicine alla fisica da far venire la pelle d’oca. Per me il sacro ha a che fare con il tempo, ed è per questo che mi interesso a questi temi.

E il suo atelier com’è? Come lavora?
È all'interno di casa mia. Ho una scrivania, delle scatole di penne, la carta. È una condizione che vivo bene e male. I costi di uno studio sarebbero impegnativi. Per ora ho la possibilità di non pensarci, perché lavoro su formati relativamente piccoli o modulari: anche quando realizzo opere di cinque o sei metri, la base di partenza è il formato A4. Ma naturalmente mi interrogo. Uno studio mi permetterebbe di sperimentare di più? Ho modellato o limitato il mio lavoro sullo spazio che ho a disposizione? Chissà. Allo stesso tempo ho il sonno sregolato, quindi, se alle tre di notte non riesco a dormire, posso mettermi a lavorare perché sono già qui. Vediamo cosa accadrà.




