L’obiettivo di Vincenzo Cottinelli su Bomarzo: «Faccio parlare la natura»

L’intervista al fotografo bresciano, ex magistrato e già noto per i suoi ritratti degli scrittori, che presenta sabato in città la mostra e il volume «Un bosco filosofico. Emozioni fotografiche a Bomarzo»
Giovanna Galli
Il fotografo bresciano Vincenzo Cottinelli - © mariaconti
Il fotografo bresciano Vincenzo Cottinelli - © mariaconti

Ha ritratto scrittori e intellettuali, raccontato luoghi e questioni sociali, inseguito nel tempo una fotografia sempre più libera, capace di andare oltre la restituzione del reale. Ora Vincenzo Cottinelli, bresciano classe 1938, porta quello sguardo nel Bosco di Bomarzo. «Un bosco filosofico. Emozioni fotografiche a Bomarzo» è una mostra, ma anche un progetto editoriale pubblicato da Edizioni L’Obliquo, primo capitolo della serie «Storie fotografiche».

Da oggi, sabato 3 ottobre (ore 18, poi fino al 25 il venerdì, sabato, domenica h.17.30-19.30) nello spazio La Stanza delle Biciclette, in via delle Battaglie 16 a Brescia, in 28 scatti selezionati le figure volute nel Cinquecento da Vicino Orsini si sdoppiano, slittano, si sovrappongono all’ambiente attraverso esposizioni multiple e scorrimenti della pellicola, facendosi strumento di riflessioni contemporanee.

Per l’autore è l’approdo di una ricerca cominciata molto lontano, dai primi scatti in bianco e nero alla lunga stagione dei ritratti, dagli incontri con il mondo della letteratura alle sperimentazioni analogiche intorno alla natura. Un percorso che lo vede tra l’altro autore di oltre cento copertine, fra cui otto Meridiani Mondadori, e una sessantina di mostre personali, anche negli Istituti italiani di cultura di Vienna, Praga, Londra, Berna, Tel Aviv e L’Avana.

Cottinelli, la fotografia per lei comincia prestissimo, ma a lungo convive con gli studi e poi con la professione di magistrato. Quanto ha contato questo percorso appartato nel modo libero e indipendente con cui ha continuato a fotografare?

Ho avuto una vita multistrato, con molte curiosità e grandi passioni, a cominciare dalla lettura. Anche il diritto mi appassionava e ho fatto il magistrato molto volentieri e con grande impegno. Ma la fotografia è sempre rimasta con me. Sono un autodidatta, ho appreso i rudimenti da mio padre fotoamatore e a diciotto anni ero già abbonato a «Popular Photography» e ammiravo i reporter americani. Volevo fotografare la vita, la gente nelle strade. Poi c’erano l’università, le sentenze, un lavoro molto impegnativo. Ma ho continuato a sperimentare la fotografia e soprattutto ho avuto la libertà di scegliere cosa e quando fotografare.

Un passaggio importante avviene negli anni Ottanta, quando attraverso Grazia Cherchi lei entra nel mondo degli scrittori e degli intellettuali e il ritratto diventa centrale. Che cosa le hanno insegnato quegli incontri?

All’inizio erano quasi fotografie ricordo degli incontri che soprattutto Grazia Cherchi e Camilla Cederna avevano reso possibili. Osservando quei volti ho scoperto però la mia chiave. Il viso umano cambia continuamente secondo ciò che una persona sta vivendo e il momento migliore era quello dell’ascolto: bocca chiusa, sguardo vivo, intenso, genuino. Quello per me era il ritratto.

Una delle fotografie scattate da Vincenzo Cottinelli al Bosco di Bomarzo - © www.giornaledibrescia.it
Una delle fotografie scattate da Vincenzo Cottinelli al Bosco di Bomarzo - © www.giornaledibrescia.it

Tanti i personaggi della cultura passati davanti al suo obiettivo. Da Umberto Eco a Tiziano Terzani, da Magris a Bobbio a Lalla Romano. Quali sente più legati a lei?

Tiziano Terzani certamente occupa un posto particolare ed è stato un grande amico. Ma ogni incontro aveva qualcosa di diverso e speciale. Penso, per esempio, a un ritratto di Gianni Celati a cui sono molto affezionato. Sta ascoltando qualcuno, ha lo sguardo un po’ perso e non guarda l’obiettivo. È forse l’esempio più semplice di quello che cercavo, non il personaggio che si offre al fotografo, ma qualcosa che affiora quando per un momento si dimentica di essere fotografato.

A un certo punto lei arriva ad utilizzare una tecnica più sperimentale. Che cosa cercava in questa trasformazione del linguaggio?

Mi ero un po’ stancato della ritrattistica ed era cambiato anche il mondo dell’editoria. Intanto mi incuriosivano la pellicola, le vecchie fotocamere, perfino i loro difetti. Nel «Sogno del giardino» ho cominciato a usare vecchie macchine di plastica e ho scoperto che il mosso e gli accostamenti casuali potevano creare qualcosa di più. Volevo che la natura e le cose parlassero maggiormente, che non fossero semplici oggetti di una mia catalogazione. Con gli spostamenti della macchina e della pellicola mi sembrava che la realtà potesse assumere un’altra dimensione.

Grandi autori, da Dalí ad Avedon, da Herbert List a Brassai, hanno fotografato il Bosco di Bomarzo. Lei vi arriva nel 2005, scatta solo tredici fotografie, poi torna nel 2016 e nel 2022. Che cosa era rimasto in sospeso?

Non volevo semplicemente fare belle fotografie di monumenti che altri avevano già ritratto benissimo. Mi interessava quello che ogni singola figura trasmetteva a me. Mi hanno attirato i mostri, quelle facce, ciò che potevano ancora suggerire. Ho provato a lasciarle parlare, muovendo la macchina, sovrapponendo gli scatti, facendo entrare le figure nella vegetazione fino quasi a confonderle con essa. Bomarzo conserva un mistero che non vorrei sciogliere. Preferisco che le fotografie non diano risposte, ma lascino aperti pensieri e dubbi.

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