Per la loro prima mostra hanno scelto simbolicamente una delle immagini che più rimandano a un passaggio epocale nella vita di una persona: il primo dentino da latte che cade. I denti, i dentini, i morsi: è questo il tema della prima esposizione ospitata da Nita, spazio espositivo veneziano dal dna per un quarto bresciano. Una delle quattro fondatrici è infatti Yasmine El Hafidi: con Vittoria Colagiovanni, Costanza De Maria e Livia Zavatarelli ha preso in affitto un magazzino per renderlo una vetrina per artisti e artiste emergenti. «Siamo contentissime – ci dice El Hafidi –. A Venezia è difficilissimo trovare spazi, soprattutto quando c’è la Biennale, che si mangia tutto. L’abbiamo fatto anche per dare spazio ad artisti e artiste nuovi che non hanno questi luoghi. Non siamo le uniche, ma non siamo ancora abbastanza».
Ma quindi cosa si cela dietro al nome dello spazio, Nita?
Siamo situate su una traversa di via Giuseppe Garibaldi: abbiamo preso la figura che sta dietro a lui, così conosciuto e rappresentato, ovvero la moglie Anita, relegata ai margini della storia benché rivoluzionaria quanto lui e importantissima per la storia italiana, anche se di origine brasiliana. Anche noi siamo ai margini di via Garibaldi. E poi vogliamo lavorare con artisti emergenti, giovani, come noi. Di Venezia, ma non solo. In questa mostra ci sono Los Angeles, Parigi, Venezia e Brescia. Da qui, ecco il nickname di Anita, Nita, dal suono più giovane. Il logo, un cavallo della laguna, è dedicato sempre a lei: fu Anita a insegnare a Garibaldi a cavalcare.
Immagino che aprire uno spazio espositivo in centro a Venezia non sia semplice…
Qui ho frequentato una scuola di curatela e qui ho conosciuto la co-curatrice Vittoria. Avevamo tante idee di mostre e ci siamo dette: perché non ci prendiamo uno spazio? Anche perché a scuola abbiamo conosciuto tanti artisti e curatori emergenti che l’hanno fatto. È stato molto stimolante. Volevamo esporre cose nostre, quindi abbiamo cercato uno spazio. Qui ciò che ci si può permettere sono i magazzini, spesso usati dai bar. Abbiamo trovato questo in Calle Pedrocchi: il proprietario era contento del progetto, diverso dal solito bar. E anche i vicini sono adorabili e felici dei vernissage. Dopodiché io e Vittoria abbiamo coinvolto Livia per la parte editoriale e Costanza per il coordinamento.

Qual è l’indirizzo del vostro spazio?
Io e Vittoria abbiamo gusti affini, quindi non pensiamo troppo alla coerenza estetica tra noi: viene naturalmente. Di fatto lavoriamo con artisti emergenti, ci interessano l’arte contemporanea, il video e la multimedialità. Senza nulla togliere alla pittura, che a Venezia si vede moltissimo: gli altri mezzi sono meno rappresentati.
Ci sono gallerie o spazi da cui prendete ispirazione?
Panorama e la galleria Mare Karina a Venezia ci piacciono molto. Mare Karina sono nostri vicini e ci supportano: è molto bello il sostegno della comunità dell’arte, qui. Fuori Venezia? A Brescia seguo The Address e Palazzo Monti: è bello ciò che portano.
La prima mostra collettiva, «feel free to question yourselves and say aaAAh», ha un focus molto particolare: i denti.
Era un’idea nata così. Il tema dei denti continuava a tornare tra le idee. Esteticamente è attraente per gli artisti, ma sotto c’è altro: l’aspetto antropologico della classe sociale legata alla cura dei denti, l’aspetto mitologico infantile, il tema dei soldi che torna, la poetica dei denti come colonna vertebrale dei pensieri e delle parole… Abbiamo trovato tanti artisti che hanno trattato il tema. Nella storia dell’arte è un argomento enorme e nel contemporaneo torna tanto. C’è anche un artista bresciano: Alessandro Frau.
Avete già in mente le prossime?
Questa chiude il 16 settembre, con un reading dell’artista di Parigi, Anouk Noée. La prossima dovrebbe aprire l’1 ottobre. Ricreeremo la teenager girl room, con focus sui social network.




