L’amato Monet di cui celebra il centenario. Poi lo sguardo agli anni trascorsi, alle mostre realizzate. E il ricordo degli anni bresciani «folli» e intensissimi. In attesa di debuttare sabato a Mantova con lo spettacolo «Monet. Una vita a colori» Marco Goldin si racconta.
Goldin, perché è tornato su Monet?
L’occasione è quella del centenario della morte. Ma sono anche 30 anni da quando esposi in mostra per la prima volta una sua opera. Volevo festeggiare ma a modo mio, non con una mostra, quindi un libro mi sembrava la cosa migliore. Un libro e uno spettacolo a cui ho iniziato a pensare tre anni e mezzo fa. Era l’aprile 2023 ed ero al teatro Valli di Reggio Emilia, stavo concludendo il tour dello spettacolo precedente «Gli ultimi giorni di Van Gogh». Ho buttato giù le prime idee per la scenografia, poi da un anno a questa parte, chiusa l’ultima mostra, mi sono dedicato completamente allo spettacolo. Non tanto a scriverlo, perché vado a braccio, ma a scrivere le tracce per i testi, a scegliere le immagini, le musiche…
Cosa l’ha guidata in questa scelta?
Il testo che ho inserito come primo nel mio libro, «Monet e i luoghi della pittura». Ho voluto privilegiare Monet nel suo essere soprattutto un paesaggista. Monet “è” i luoghi che ha visitato nella sua vita, è un vagabondo della pittura, è stato in Francia, in Italia a Bordighera e a Venezia, in Olanda, in Inghilterra… è questo il senso che ho voluto dare nel mio spettacolo.
Monet parla ancora al pubblico di oggi?
Tra i visitatori che incontro nelle mostre, e tra i tanti che mi scrivono, vedo che c’è un desiderio di natura pienissimo, forse una nostalgia di un paradiso terrestre a confronto della società in cui viviamo… Per Monet la pittura di natura è una strada obbligata, lui è il pittore della natura, dei luoghi che ha dipinto. Monet non si può raccontare se non in questo modo, nella natura, nei luoghi che ha attraversato. E io stesso amo la pittura di natura.

Che dipinti ha sulle pareti della sua casa, del suo ufficio? Paesaggi?
Mi piace la pittura, senza distinzione di generi. Amo i pittori del ‘900 italiano, quelli della cosiddetta generazione di mezzo, nati tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, con cui ho lavorato per tanti anni: Guccione, Sarnari, Olivieri…
Cosa ha trovato in questi autori?
Per me è sempre stato importante il contatto diretto con gli artisti come persone, lo stesso contatto che cerco anche nei pittori vissuti un secolo fa e oltre. A teatro cerco di interpretare il loro sentire, cerco un rapporto diretto con loro. Quando ho iniziato a fare questo lavoro andavo a cercare gli artisti anche lontano dal Veneto, da Treviso, prendevo l’automobile e giravo l’Italia per andare a incontrarli negli studi, dalla Sicilia all’Umbria, al Piemonte, in mezzo ai boschi… in posti meravigliosi. Non avrei fatto questo lavoro se non in questo modo.
Per il modo in cui prepara le sue mostre e i suoi spettacoli, è stato definito “divulgatore”. Si sente rappresentato da questo termine?
Non sono più il Marco Goldin degli anni di Treviso, di Brescia… non me la prendo più come in passato. Non mi interessa riconoscermi in una definizione. E se non si semplifica troppo mi va bene anche “divulgatore”. Quello che faccio io è studiare sempre, continuamente, e poi proporre cose con un linguaggio piano e non inutilmente accademico. Porto l’arte a teatro, e vedo che la gente viene, pagando pure il biglietto, e non è cosa da poco. C’è desiderio di avvicinarsi e farsi avvicinare dall’arte, e questa è la cosa bella del mio lavoro. E tutto questo mi è venuto naturale, è il mio modo di essere, il voler farmi capire. Divulgare, spiegare non è banalizzare, anche se nei miei confronti qualche volta è stata usata questa definizione.
Tra gli strumenti di divulgazione che usa ci sono l’immagine, la parola, e anche la musica. In questo spettacolo ha voluto al suo fianco una musicista bresciana, Daniela Savoldi. Com’è nato questo incontro?
L’ho cercata io. Per questo spettacolo ho voluto tornare ad usare la musica dal vivo e assieme a Remo Anzovino ho pensato ad una figura femminile che non solo fosse una violoncellista di provatissimo livello, ma che sapesse anche cantare per affidarle due testi che ho scritto e che Anzovino ha musicato, e che saranno contenuti nel cd che accompagnerà lo spettacolo. Mi è stato suggerito il nome di Daniela. A lei ho affidato non solo il ruolo di violoncellista - bravissima - e di cantante – bravissima – ma pure un ruolo attoriale. Nel prologo e nella prima canzone «E quando la sera» vestirà un lungo abito bianco, sarà la figura di Camille, la prima moglie di Monet morta nel 1879.

Con Daniela Savoldi siamo tornati a Brescia, dove lei allestì nel 2004 la prima mostra della stagione «Lo splendore dell’arte». Come arrivò nella nostra città? Fu un caso o una scelta? E che città trovò?
Non fu un caso, lavoravo a Treviso dove avevo già allestito mostre di successo e venne a cercarmi Agostino Mantovani, segretario di Fondazione Cab, inviato dal sindaco Paolo Corsini e dal presidente della Fondazione Alberto Folonari, insoddisfatti dell’esperienza delle mostre allestite fino a quel momento. Soprattutto Folonari, da imprenditore, voleva “risultati” a fronte degli investimenti fatti. L’esperienza a Brescia fu lunga, dalla fine del 2003 all’inizio del 2009. Furono anni folli ma fu un momento per me entusiasmante. Trovai una città disincantata e disillusa rispetto alla possibilità di dare una svolta sul versante culturale, di uscire dallo stereotipo della città del tondino, come si diceva allora. Ricordo gli incontri con Corsini, Folonari, Mantovani, Joannes, con Magda Pallavicini che purtroppo ci ha lasciato pochi giorni fa… Erano tutti dubbiosi, titubanti. Io che venivo da fuori trovai una potenzialità straordinaria, soprattutto mi colpì la convergenza di tutte le forze della città su un progetto. Mi è capitato ancora solo a Vicenza. Perché a Brescia e a Vicenza c’erano due sindaci, Corsini e Variati, personaggi straordinari in grado di legare il tessuto economico e culturale della città, figure fondamentali.
E come andò?
Brescia era una città vergine, ci si poteva lavorare molto bene. C’erano tante sedi per le mostre: Santa Giulia con tre spazi, la Pinacoteca, il Castello… furono anni di lavoro forsennato, ma non nego che sia stata per me l’esperienza più alta, anche dal punto di vista organizzativo. In cinque anni a Brescia ho portato 33 mostre, tra grandi esposizioni e le collaterali dedicate all’arte contemporanea.
A Brescia è stato amato ma anche odiato: come ha vissuto personalmente questa situazione?
Mi sono sentito apprezzato e compreso dalle persone che mi avevano scelto e sostenuto, e con cui ho avuto un buonissimo rapporto. Poi avere nemici ci sta, Brescia non è diversa da altre città, compresa la mia Treviso. Probabilmente il successo può aver favorito qualche invidia in più. Io all’epoca avevo quarant’anni, e a quarant’anni si è arrembanti e battaglierissimi. Ma per il mio carattere non sono mai stato portato ad intristirmi o preoccuparmi per gli attacchi, ho provato dispiacere ma sono andato avanti. Poi cambiata l’amministrazione sono stato invitato ad andarmene. Diciamo che sono stato accompagnato alla porta…
È tornato a Brescia in seguito? Come giudica la scelta attuale di Brescia Musei di puntare sulla valorizzazione del patrimonio?
Credevo allora, e credo anche ora, che la valorizzazione del patrimonio possa convivere con le mostre più “popolari” nel senso nobile del termine, ovvero che interessano a larghe fasce della popolazione. E Isgrò, Vezzoli, Paladino non sono nomi che portano gente. Non ho mai capito la visione manichea di chi separa le cose di un tipo e quelle dell’altro. Una mostra popolare si può fare magari una volta ogni due o tre anni, e il patrimonio può venire valorizzato anche così, se l’obiettivo è fare in modo che la gente conosca di più la città e i suoi tesori.
Se le chiedessero un progetto per Brescia?
Non posso immaginare così sui due piedi un progetto... Ma dato che mi occupo di pittura, e so che a Brescia i pittori tra il Quattrocento e il Settecento sono interessanti, penserei ad un percorso tematico, o cronologico in cui intrecciare cose importanti non strettamente di spettanza territoriale, puntando sulla forza dell’immagine, dei sentimenti, sui temi… Certo, ci vorrebbe un investimento.
Tornando a Monet, nel suo libro lei rievoca il suo primo incontro con i suoi dipinti, e guarda indietro. In questo momento della sua vita cosa prevale? Il bilancio o lo slancio in avanti?
Per carattere non sono abituato a guardare ai successi, e come dice mia moglie non riesco a godere per un istante di quello che ho fatto perché guardo già al dopo. Forse non mi sono mai reso conto davvero di quello che ho realizzato, dei milioni di persone mosse. Su Monet ho chiuso un cerchio, sono 25 anni dalla prima mostra che gli ho dedicato, trenta dal primo suo quadro che ho esposto, trenta dalla fondazione di Linea d’Ombra. Idee ne ho tante, vediamo…

Rimpianti? Opere che avrebbe voluto esporre e che non è riuscito ad ottenere?
Ho esposto tanti capolavori, sarei ingeneroso se dicessi di avere rimpianti. Forse ho desiderato quel quadro in più per una mostra, ma ho esposto i capolavori di Van Gogh, la Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer… sono sufficienti…
Che effetto fa avere tra le mani questi capolavori, poterli toccare?
È un privilegio. Dico sempre che sono due i momenti più belli del mio lavoro, anche più del successo di una mostra, del vedere la gente in coda. Uno è quando la mostra la sogno, scrivo quattro cinque pagine di traccia e poi mi chiudo nella mia biblioteca, 15mila volumi tutti catalogati, per comporre la lista delle opere da esporre, per ogni soggetto ne scelgo tre, quattro o cinque possibili, perché una potrebbe essere già in prestito, una potrebbe essere troppo fragile da spostare… sogno la mia mostra. Poi il secondo momento è quando si allestisce, arrivano le casse, le apri, escono i dipinti e sei tu a tenere in mano questi capolavori. E poi, lo confesso, il vero privilegio è quando la sera, dopo la chiusura, rimango da solo nelle sale, mi siedo per terra davanti a un dipinto, e restò lì, a guardare...




