Il suo corpo è il suo medium artistico di espressione primaria. E lo è fin da quando, al terzo anno di studi all’Accademia SantaGiulia di Brescia, si è confrontato per la prima volta con la potenza dell’azione performativa. Un incontro che gli ha fatto decidere di abbandonare la strada della pittura per dedicarsi ad esplorare il rapporto fra fisicità, ritualità e storia personale. Sono nati così i primi lavori: esplorazioni artistiche, intime, e allo stesso tempo un tentativo di emanciparsi da etichette che altri gli avevano appiccicato addosso.

Oggi Nicola Fornoni ha 36 anni ed è un performer artist di riconosciuto valore, sia in Italia che nel panorama internazionale. Dal Duemila convive con la sclerodermia, una malattia autoimmune che lo ha costretto a rivedere i confini della sua dimensione corporale. Con le sue opere ha partecipato a manifestazioni importanti, come la Venice International Performance Art Week, che dieci anni fa lo ha fatto conoscere attraverso la performance «Diventa ciò che sei (A mia madre)». Da allora la sua arte è approdata a Berlino, a New York, Londra; e i suoi video hanno raggiunto l’America, il Sud all’Asia e numerosi festival e appuntamenti culturali nel mondo. Il prossimo 2 ottobre porterà a Bergamo «The Beginning (Weight)», in cui interagisce attraverso il corpo con dodici sfere di ferro. Il 3 e 4 ottobre sarà parte della collettiva NO | BODY al Castello Sforzesco di Vigevano, mentre a dicembre presenterà un lavoro inedito alla decima edizione della Venice International Performance Art Week.
Nicola, perché ha scelto proprio la performance art? E come definirebbe, in poche parole, il senso della sua poetica?
Il mio lavoro nasce dalla necessità di espressione, di umanizzazione, di vita oltre il pregiudizio. Indago il limite fisico e mentale attraverso azioni performative legate alla mia fisicità, sollecitando l’efficienza e l’abilità. La scelta della performance nasce dal forte legame che ho con il corpo che mi appartiene e di quello che ha vissuto, nel bene e nel male.
La critica internazionale premia il suo lavoro perché rifiuta ogni pietismo. Cosa vuole comunicare quando si accende la telecamera?
È vero, lavoro spesso con il video, ma molto anche con la performance dal vivo: quindi direi piuttosto quando si accende l’occhio dello spettatore. Il messaggio che voglio esprimere non è universale e dipende dall’azione che sto facendo, dalla sua poetica. In generale, però, tento di andare oltre il pregiudizio, abbattendo etichette ed eventuali, stereotipi sociali come debolezza, fragilità e medicalizzazione. Davanti allo spettatore porto me stesso e la fatica di ogni body artist che vuole mettere in discussione identità e corpo.

Lei è bresciano. Si sente profeta in patria o ritiene che la sua arte venga capita più all’estero?
A Brescia non ho mai coltivato un particolare interesse, aspiro più a collaborazioni, festival e mostre estere o in altre città italiane che tra l’altro valorizzano, in alcuni casi, il lavoro anche dal punto di vista remunerativo. Resta il fatto che la nostra città non dà grande spazio alla performance art. Certo ho fatto un lavoro sulla citazione «Nemo Propheta in Patria» (2016) perché alla fine è cosi che vanno le cose. Sono anche un personaggio scomodo, spesso critico verso la società e non guardo in faccia a nessuno: d’altro canto ripago sempre con i modi con cui vengo trattato. Sappiamo che l’arte contemporanea ha valori di analisi e critica dei contesti in cui viviamo ed è sempre stata figlia del suo tempo, per citare Vasilij Kandinskij. Solo se mi chiamassero fondazioni o gallerie importanti accetterei di fare qualcosa anche nella nostra città con grande entusiasmo, professionalità e passione. Le voci sono fatte per essere ascoltate.
Le sue azioni storiche ora vivono per sempre in archivi digitali globali come PAV(Performance Art Video). Che effetto le fa pensare a questa immortalità virtuale?
Si sono su PAV con tre lavori, due miei e uno di VestAndPage a cui ho partecipato: un film performativo ambientato in Svevia, regione della Germania. Sono lieto di essere immortale virtualmente in un contesto professionale di tale importanza anche se l’immortalità non esiste, soprattutto virtualmente. Credo di più in quella materiale e tangibile.

A cosa sta lavorando esattamente in questo momento?
In calendario ho una live performance per Performatorio in una sede del Teatro Donizetti di Bergamo, dove porterò il lavoro «The Beginning (Weight)» del 2021 ma ancora irrealizzato live, poi a Vigevano la mostra collettiva NO | BODY curata da Alex Sala dove esporrò dei video. Infine sarò sicuramente a Venezia per il Venice International Performance Art Week, curata da VestAndPage, dove performerò un lavoro inedito.
Cosa direbbe a un giovane artista che si sente limitato dal proprio corpo o dal contesto in cui vive?
Spesso il limite è solo nella nostra testa, ci vuole coraggio e cuore, passione e una grande determinazione nel fare e credere nel proprio lavoro cercando di posizionarlo ed affidarlo a persone che ne riconoscano l'anima. Siate critici, curiosi. Per chi ha limiti fisici, comprenderli e guardare oltre, mentre per il contesto in cui si vive fare una critica costruttiva e lavorare sulla presenza di se stessi nella vita artistico, politica, sociale. Non bisogna arrendersi.




