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Cultura e spettacoli

«Sulle tracce di mamma tra erbari, fiori, foto di viaggio e teatro»

Da Mutty Gallery il progetto «Unlike Flowers» del fotografo bresciano Francesco Pennacchio, visitabile fino al 14 novembre: l’intervista all’artista
Giulia Camilla Bassi
Una delle fotografie di Francesco Pennacchio
Una delle fotografie di Francesco Pennacchio

Un percorso profondo alla ricerca di una madre perduta troppo presto, attraverso le fotografie di famiglia, i ricordi degli altri e i luoghi che lei aveva attraversato. È «Unlike Flowers», il progetto del fotografo bresciano Francesco Pennacchio, oggi di base a Losanna, in cui la fotografia diventa spazio di incontro con la madre Emanuela Cucchi, scomparsa prematuramente nel 1991 quando Pennacchio aveva solo due anni e mezzo. Fiori ed erbari si intrecciano nel racconto, richiamando la domanda infantile rivolta al padre da cui nasce il titolo: anche la mamma tornerà a primavera, come i fiori?

Questa ricerca approda ora a Brescia, la città in cui Emanuela fondò nel 1979, insieme al marito Angelo Pennacchio, Teatro Telaio, la storica compagnia di teatro per bambini e ragazzi. La mostra, curata da Giulia Giazzoli, inaugura giovedì 29 ottobre, alle 18.30 a Mutty Gallery, in via Trieste 32, e resterà visitabile fino al 14 novembre. Alla serata interverranno l’autore e l’editore Artphilein Editions, che ha pubblicato l’omonimo libro fotografico (ingresso libero, registrazione consigliata). A sostenere l’iniziativa è proprio Teatro Telaio, che in queste immagini ritrova un frammento importante della propria storia, a pochi anni dal traguardo del cinquantesimo anniversario, nel 2029.

Francesco, come nasce «Unlike Flowers»?

È un progetto che ha avuto diverse fasi e si presenta con tante modalità differenti: Polaroid, sovrapposizioni digitali di fotografie analogiche, foto d’archivio e delle fotografie che ho scattato agli erbari del Jardin Botanique di Ginevra. Il progetto è iniziato nel 2019 con una sorta di casualità. Ero al cimitero con papà che mi racconta questo aneddoto d’infanzia, in cui gli chiedo se anche mamma sarebbe tornata con i fiori a primavera. È l’aneddoto che genera il titolo del libro, questa sorta di distacco dal ciclo naturale. In questa prima fase del progetto c’è un doppio linguaggio: gli scatti di famiglia e gli erbari. Ho cercato di far risuonare, in maniera formale, cromatica o emozionale, le immagini che mi colpivano di più con il mondo naturale che si rinnovava.

L'artista Francesco Pennacchio
L'artista Francesco Pennacchio

Come si è svolta questa prima ricerca?
Ho mandato mail agli amici di famiglia e ai parenti per raccogliere i loro ricordi e anche le fotografie che potessero conservare. In questa prima fase c’è un doppio linguaggio: le fotografie di famiglia e gli erbari. Cercavo di far risuonare, in maniera formale, cromatica o emozionale, le immagini che trovavo nell’archivio e che mi colpivano di più con il mondo naturale che si rinnovava.

Che cosa l’ha portata, invece, a ripercorrere i viaggi di sua madre?
Anche la seconda parte nasce da una coincidenza. Nel 2022 vado in vacanza ad Assisi. Visitando la basilica di San Francesco ho un gigantesco déjà-vu e lì ho un flash: una delle fotografie di mamma in cui lei si sporge da una delle finestre della basilica. Questa cosa mi interroga. Tornato a casa, nei mesi successivi comincio a mappare tutte le fotografie dei viaggi di mamma che avevo trovato e poi, lentamente, negli anni successivi, a tornarci.
Come ha trovato il modo di raccontare fotograficamente questi ritorni?
Ho cominciato fotografando i luoghi vuoti, senza di lei. Poi, lentamente, ho iniziato a inserirmi: riscatto le fotografie nella stessa posa che aveva assunto lei, oppure mi metto in dialogo, come se fossimo stati insieme nello stesso momento. Poi sovrappongo queste fotografie per riunirci in qualche modo, per avere una sorta di ricordo di questo incontro eventuale. Il progetto si chiude con le fotografie degli erbari. Per me è una chiusura del cerchio: parto dall’archivio di famiglia e dalla natura viva, mi sposto nei luoghi vivi e chiudo con la natura che diventa di nuovo archivio. I fiori diventano documento, memoria, archivio nell’erbario.

Che significato ha portare questo lavoro a Brescia?

Ha un valore simbolico enorme, perché Brescia è la città che ha visto camminare mia madre. Avevamo già fatto una piccola mostra nella chiesa di San Pietro in Oliveto, dove si erano incontrati i miei genitori. Questa, però, è la prima volta che torno con il progetto che direi concluso, insieme al libro, pubblicato da Artphilein Editions, casa editrice di Lugano che ha sostenuto il progetto.

Teatro Telaio accompagna questo ritorno…

Teatro Telaio è la storia di famiglia. Ci interessa capire come uno spunto personale, come il mio progetto, possa ampliare la discussione su che cosa siano stati cinquant’anni di Telaio, sulla sua relazione con la città e con i giovani e, quindi, con il futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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