A Santa Giulia, dove Brescia custodisce la propria storia come una lunga scrittura di pietra, Franca Ghitti entra con i suoi «altri alfabeti» per riattivare le voci più profonde del museo. La grande mostra site-specific che le viene dedicata, «Franca Ghitti. Una storia di Altri Alfabeti», a cura di Fausto Lorenzi ed Elena Pontiggia, nasce infatti come un percorso di assonanze distribuito lungo sale, chiostri, domus, basilica di San Salvatore e Viridarium. Quindici nuclei di opere illustrano la potente ricerca dell’artista camuna e vengono posti in dialogo con il corpo storico del Museo della Città, che nella sua struttura stratificata pare quasi il loro contenitore naturale.
Franca Ghitti
Le opere di Ghitti sembrano riaffiorare dagli spazi del monastero, dai mosaici romani, dalle pietre longobarde, dagli affreschi medievali, come se appartenessero da sempre a questo luogo costruito per sedimentazioni e permanenze. Ed è proprio su questa continuità profonda tra memoria materiale e presente che si fonda il progetto curatoriale che illustra come la ricerca dell’artista bresciana abbia saputo trasformare il residuo del lavoro umano in linguaggio, ritmo, architettura mentale, secondo una concezione del tempo non lineare, ma ampia e circolare, che non procede soltanto in avanti, ma ritorna, si addensa, riaffiora continuamente.
Per lei il passato non è mai reliquia, ma sostanza ancora viva del presente. Nata a Erbanno nel 1932 e scomparsa a Brescia nel 2012, Franca Ghitti ha costruito una delle esperienze più originali della plastica contemporanea italiana, attingendo alla civiltà della Valle Camonica, alle incisioni rupestri, al romanico minore, alle fucine, alle segherie, alle antiche forme di vita comunitaria. Recuperando legni usurati, chiodi, ferri e tavole consumate, l’artista non ha celebrato un mondo perduto, cercando piuttosto le tracce di un sapere collettivo, di una civiltà delle mani ancora capace di parlare al presente. Come ha osservato Fausto Lorenzi, Ghitti ha costruito «mappe e luoghi d’incontro», una scultura che non rappresenta, ma agisce nello spazio, nutrendolo di relazioni e di memoria.

Il percorso
Il percorso si apre con due dipinti, testimonianza del precoce esordio pittorico dell’artista, che rivelano già una superficie pensata come partitura spaziale. Poi, «Tavole chiodate» che trasformano la ripetizione ossessiva dei chiodi in una scrittura arcaica e silenziosa, e le «Mappe», incise nel legno, che evocano rocce camune, campi, recinti e tracciati dell’abitare umano. Nel chiostro di Santa Maria in Solario la «Mappa: lunario» introduce alle «Meridiane, spirali e labirinti», installazioni circolari disposte sull’acciottolato come geometrie primarie.
Il dialogo tra le opere e Santa Giulia, per quanto esteticamente suggestivo, non è decorativo ma strutturale. Le forme di Ghitti sembrano infatti prolungare il respiro lento del museo, la sua coralità di tempi e civiltà. Nel chiostro rinascimentale si fronteggiano «Foresta / Alberi-vela», con i suoi tronchi dalla patina argentea e i fogliami metallici, e il «Bosco bruciato», in cui la materia violata dal fuoco diventa immagine di perdita e ferita. Nella sezione romana, tra mosaici e resti delle domus, trovano spazio i «Tondi», ricavati dai fondi delle botti, la cui forma circolare diventa misura del vivere quotidiano, della conservazione e del fare provvista, ma anche «corto circuito» tra antiche sapienze e pensiero contemporaneo.
Il cuore della mostra pulsa nella basilica di San Salvatore. Nel vestibolo della basilica longobardo-carolingia è collocata l’iconica installazione «Bosco», con gli «Alberi-libro» che si addensano intorno a uno spazio sacro circolare, dove le tazze di siviera, nate per versare il metallo fuso nelle fucine, assumono il valore di offerte rituali. Nella cappella di Sant’Obizio, l’«Albero-ferito» attraversato da una lamina rossa dialoga con la memoria camuna e con gli affreschi di Romanino, mentre nella cappella della Vergine, le «Vicinie» richiamano le antiche assemblee di mutuo soccorso e le forme condivise della sopravvivenza.

Tra Romanico ed Europa
Il «Tondo di Wiligelmo», omaggio allo scultore, ribadisce il rapporto cruciale di Ghitti con il romanico, non come citazione stilistica ma come ricerca di intensità e verità delle forme. Nel Corridoio Unesco il «Cancello d’Europa» introduce una riflessione su confini e transiti del presente, mentre nel Viridarium la «Scala» costruita con relitti della lavorazione del ferro, si innalza come due mani congiunte, tra invocazione e resistenza. L’opera entra oggi nella Collezioni civiche grazie alla generosa donazione di Fondazione
«Franca Ghitti. Storie di Altri Alfabeti» è allestita al Museo di Santa Giulia, in via Musei 81 a Brescia, fino al 4 aprile 2027. Dal 15 giugno al 30 settembre è aperta da martedì a domenica 10-19; dal 1 ottobre al 4 aprile 2027, da martedì a domenica: 10- 18.
Il biglietto intero costa 15,00 euro; riduzioni per over 65 e under 26, convenzionati, gruppi e scolaresche. Il biglietto consente la visita ai Civici Musei, non al Parco archeologico Brixia. Informazioni su fondazionebresciamusei.com.


