«È accaduto quello che era insperato». Così padre Franco, guardiano del convento di San Francesco, ha commentato il restauro della croce di Gian Francesco dalle Croci conservata nella chiesa di San Francesco. Un intervento complesso, che ha ridato splendore alla preziosissima opera ed è stato il frutto di una collaborazione prodigiosa. L’idea, infatti, è nata da padre Alberto, che nel 2023 ha sognato il restauro dell’oggetto. Ma, come ha scherzato il frate, nei sogni biblici arrivano gli angeli e angelo di questo sogno è stata Silvia Massari, funzionaria restauratrice per la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bergamo e Brescia. Grazie al suo intervento, nel 2025 la croce è arrivata a Firenze dove è stata restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure (Opd), centro che a Brescia ha già lasciato testimonianza della sua eccellenza nel restauro della Vittoria Alata.
Capolavoro rinascimentale, la croce fu commissionata da Francesco Sanson, Ministro Generale dell’Ordine francescano, che con il testamento del 1499 destinò 70 libbre d’argento alla sua realizzazione. Ultimata nel 1501, è costituita da una struttura in legno di noce rivestita da lastre d’argento e presenta un ricco programma iconografico fedele ai dettami testamentari del frate.
L’iconografia
Le figure, minuziosamente dettagliate, hanno dimensioni perfettamente ponderate e seguono una disposizione attentamente studiata per restituire una precisa gerarchizzazione. Sul fronte, al centro: il Cristo, grande e a tutto tondo. In basso, più piccoli e sorretti da due cornucopie che si diramano dalla base della croce: San Giovanni e la Vergine. Nei medaglioni che ornano i bracci della croce, invece, mezze figure. Ai piedi di Cristo: la Maddalena. Agli estremi dei bracci: San Bonaventura e San Ludovico di Tolosa. In alto: il pellicano, simbolo del sacrificio di Cristo. Sul resto, secondo un gioco di corrispondenze, San Francesco, l’alter Christus, inginocchiato con umiltà mentre riceve le stigmate. Nel medaglione in basso: Santa Chiara. In quelli agli estremi dei bracci: Sant’Antonio da Padova e San Pietro martire. In alto: San Bernardino da Siena.

«Sono tante le emozioni che suscita: è un’opera con un’anima – così ce l’ha descritta Marco Collareta, uno dei massimi studiosi italiani di oreficeria –. Si percepisce la grande sensibilità dell’artista». Ma non è solo il messaggio a colpire. A emozionare, secondo Collareta, è anche la modalità scelta per quest’omaggio a Dio: materiali preziosi, quasi incorruttibili.
E, in effetti, la croce è un miracolo dell’oreficeria, «una sorta di enciclopedia delle tecniche orafe di fine Quattrocento e inizio Cinquecento», come spiegato da Riccardo Gennaioli dell’Opd di Firenze. Interessante, in particolare, è la rifinitura a bulino impiegata nelle scene della Passione che ornano i bracci della croce, forse leggibile come l’ingrediente tipicamente bresciano dell’opera, considerando che è una tecnica antica, spesso utilizzata per la lavorazione delle armi, ambito d’eccellenza per la città.
Il restauro
L’operazione di restauro ha dunque richiesto la massima cura. In assenza di criticità strutturali nell’opera, infatti, si è proceduto senza smontaggio, una scelta che ha complicato a volte la pulitura. Realizzata principalmente e secco, l’operazione è stata effettuata con gomme appositamente create dall’Opd nel quadro del progetto Changes, quello finanziato dal Pnrr e teso a innovare le metodologie di restauro. Ma se l’intervento di conservazione è concluso, ora inizia l’opera di valorizzazione. Commissionata all’azienda ARteche su progetto dell’architetto Paola Dioni, è stata infatti avviata la realizzazione di una teca espositiva che verrà collocata nella sacrestia della Chiesa di San Francesco. L’obiettivo è rendere così la bellezza della croce sempre fruibile ai cittadini.


