Non un semplice museo di arte contemporanea, con opere dei massimi autori del Novecento fino ai giorni nostri: la Collezione Paolo VI nasce da una storia molto particolare. Abbiamo incontrato il direttore, don Giuliano Zanchi, per farcela raccontare.
Direttore, come presenterebbe la Collezione ad un lettore che non l’ha mai visitata?
Lo dice la parola stessa, si tratta di una collezione di opere dei maggiori artisti del Novecento donate a Paolo VI negli anni del suo pontificato e raccolte dal suo segretario, monsignor Pasquale Macchi, che ha contribuito al suo ampliamento. Dunque, il gesto di un papa collezionista, che ha avuto il genio personale e l’audacia storica di riprendere il filo interrotto dei rapporti fra cultura di Chiesa e arte contemporanea. A questa collezione nel 2005 è stato dedicato un bellissimo museo.

Qual è l’identità più profonda del museo: una collezione d’arte, un luogo della memoria montiniana o uno spazio di dialogo tra arte e spiritualità?
Naturalmente tutte e tre le cose insieme, ma con il baricentro particolarmente pronunciato sul terzo elemento. Quel che tentiamo di conservare non sono tanto le opere della collezione, e nemmeno solo il ricordo ammirato della straordinaria cultura di un papa. Quanto piuttosto lo spirito che le anima, vale a dire la determinazione a frequentare l’arte contemporanea come un mondo ricco di valori spirituali, cioè particolarmente complice nel meditare le cose più profonde che toccano gli esseri umani.
Quali sono i nuclei più significativi della collezione e quali artisti aiutano meglio a capire il valore del patrimonio conservato a Concesio?
In quasi cinquant’anni di vita la Collezione si è arricchita e ampliata. In questo momento consta di quasi 9000 opere. Il nucleo più significativo rimane quello originario, legato agli artisti più rappresentativi della scena europea nei decenni fra le due guerre e nel periodo post-bellico: Rouault, Matisse, Chagall, Casorati, Picasso, Dalì, Fontana, Hartung, Manzù; e il mondo italiano del dopoguerra: Pomodoro, Paladino, Morlotti, Spalletti, Consadori. Si tratta di nomi che corrispondono a un criterio che Paolo VI certamente condivideva con la famosa convinzione di padre Couthurier, committente di Le Corbusier e Matisse, che diceva: ai grandi uomini le grandi cose.
C’è un’opera, o un gruppo di opere, che secondo lei sorprende particolarmente i visitatori?
Certamente i disegni di Matisse, per la semplicità del tratto che con una sola linea tratteggia volti meravigliosi. Senza dimenticare Chagall. Ma anche il nucleo della scultura, che è particolarmente ricco. Chi ha il ricordo televisivo di Paolo VI resta certamente commosso nel vedere uno dei prototipi della croce pastorale modellata da Lello Scorzelli, e che hanno usato tutti i pontefici. Credo però che la sorpresa sia legata alla Collezione nel suo insieme, perché è come la panoramica su un intero secolo di arte.
Che rapporto ebbe Giovanni Battista Montini con gli artisti del suo tempo, e in che modo questo rapporto si riflette nel museo?
Direi un rapporto di rigenerazione. Fino a Paolo VI la vita di Chiesa e la cultura artistica erano divenute realtà reciprocamente aliene, e serviva un uomo di grande acume intellettuale per percepire come insopportabile una simile distanza. Con il suo interesse personale e il suo famoso invito in Vaticano, col celebre discorso, i due mondi sono rimasti nella loro autonomia ma hanno ricominciato a stimarsi, e in qualche caso anche a riprodurre momenti della loro antica alleanza. Il nostro museo cerca di lavorare in questa scia.

Chi visita oggi la Collezione Paolo VI? È un museo più frequentato da studiosi, scuole, pellegrini, appassionati d’arte o pubblico locale?
Qualche studioso, molte scuole, e parecchi appassionati o cultori dell’arte moderna e contemporanea, anche molti stranieri. Più gente da fuori che frequentatori locali, e su questo c’è molto terreno da recuperare. Molti di coloro che vivono in aree limitrofe al Museo spesso non lo conoscono, e non hanno mai avuto l’occasione di vederlo. Ma non è mai troppo tardi.
Guardando ai prossimi anni, quali sono i progetti, le sfide o le ambizioni della Collezione Paolo VI?
Qualche volta le ambizioni più significative riguardano aspettative anche molto semplici, che per noi sarebbe la possibilità di dare più tempo di apertura a disposizione dei visitatori, nei momenti più favorevoli. Resta poi l’impegno costante a rendere il museo una specie di casa degli artisti, specie quelli desiderosi di confrontarsi con i temi cari allo spirito umano.



