Una tesi di master per riaprire una delle questioni culturali più annose di Brescia? Una proposta di Massimo Pianta, componente del Consiglio di indirizzo del Musil e membro del Comitato di Presidenza del Fai Lombardia, riporta al centro del dibattito il Bigio. Che, secondo lui, si potrebbe trasferire nel magazzino visitabile del Museo dell’industria e del lavoro di Rodengo Saiano facendone il centro di un percorso dedicato alla memoria, alla storia e alla lavorazione del marmo di Botticino. Non per riportare il colosso di Arturo Dazzi nello spazio pubblico (come vorrebbe la Sovrintendenza), né per lasciarlo nascosto nei depositi comunali (come ha espresso perentoriamente la sindaca Laura Castelletti). Piuttosto, per sottrarlo alla contrapposizione e trasformarlo in un documento storico che susciti domande e riflessioni. Per davvero.
L’idea (maturata a titolo personale senza, per ora, il coinvolgimento di Fai o Musil) è contenuta nella tesi conclusiva del Master di I livello in Museologia, gestione e valorizzazione dei beni culturali dell’Università Niccolò Cusano. Un lavoro che Pianta ha dedicato ad Aldo Rebecchi, ricordando gli anni trascorsi insieme nel Consiglio di indirizzo e la capacità dell’ex parlamentare e amministratore bresciano di costruire un dialogo anche tra posizioni diverse.

Come è nata l’idea di dedicare la tesi proprio al Bigio?
«La scelta del tema è stata influenzata da diverse circostanze. Innanzitutto dagli spunti emersi durante le lezioni del master, in particolare quelle dedicate all’allestimento museale. Poi dalla mia conoscenza di Brescia e del suo patrimonio, anche per le esperienze che ho maturato nel Fai e nel Consiglio di indirizzo del Musil. Un terzo stimolo importante è arrivato dalla lettura di “Le statue giuste” di Tomaso Montanari, che approfondisce proprio il tema degli oggetti d’arte complessi e di come le città possano fare i conti con queste presenze. Nel libro viene citato anche il caso del Bigio».

E com’è arrivato dalla riflessione teorica al progetto concreto di trasferire la statua a Rodengo Saiano?
«Sono partito da una domanda: come superare la contrapposizione tra chi vorrebbe l’oblio totale del Bigio e chi, invece, ritiene necessario riportarlo nella sua collocazione originaria? Ho cercato di immaginare una terza strada, che potrebbe essere anche temporanea, una soluzione di avvicinamento tra posizioni diverse. Ho quindi analizzato il caso del magazzino visitabile di Rotterdam, il Depot del Museum Boijmans Van Beuningen, che ha caratteristiche per certi aspetti simili a quello del Musil di Rodengo Saiano. Un deposito di questo tipo non ha soltanto una finalità di conservazione e stoccaggio, ma diventa anche uno spazio di visita, didattica e fruibilità. Ho poi studiato altri casi europei, come la statua di Edward Colston a Bristol, abbattuta e gettata nel fiume durante le proteste del 2020, il Bronze Soldier di Tallinn e il Memento Park di Budapest. Ma mi ha colpito particolarmente anche il lavoro fatto dal Fai nell’Aula del Simonino a Trento. Fino agli anni Sessanta era un luogo dedicato al culto di San Simonino. Il Fai ha poi ricostruito e problematizzato la vicenda legata alla storia antisemita della città e ha riallestito lo spazio, trasformandolo da luogo di culto in un luogo capace di raccontare criticamente quella storia. Vorrei fare qualcosa di simile con il Bigio: parlare della lavorazione del marmo (nel suo caso di Carrara), della sua storia e del contesto in cui è nato, senza omettere ciò che ha rappresentato, ma proponendo una lettura più coerente con ciò che sappiamo oggi».
Quindi la proposta non riguarderebbe soltanto la storia del fascismo e della statua...
«No. Ho immaginato anche un percorso dedicato alla materia, al marmo di Botticino, alla sua estrazione e alla sua lavorazione, fino all’impiego nella scultura monumentale. Sarebbe interessante farlo anche attraverso una collaborazione con il Museo del Marmo di Botticino, oggi chiuso. Potrebbe essere un modo per dare voce anche a quella realtà e a una storia produttiva del territorio che, al momento, manca nel percorso del Musil».

E la storia del Bigio come verrebbe raccontata?
«La vicenda del Bigio è unica. Basti pensare alle modalità con cui fu portato via, con quella sorta di processione cittadina che ne accompagnò l’allontanamento. Al Musil di Rodengo Saiano c’è anche una sala cinematografica ricostruita nella quale si potrebbero proiettare filmati e materiali storici di questo tipo. Si potrebbe inoltre utilizzare il 3D per mostrare la statua nella sua collocazione originaria e permettere alle visitatrici e ai visitatori di capire quale fosse il suo rapporto con Piazza Vittoria. La statua vera e propria, invece, verrebbe collocata volutamente a un livello più basso rispetto al visitatore, proprio per non metterla in una posizione di superiorità. Non sarebbe esposta come un simbolo da celebrare, ma come un documento storico da osservare e interrogare».
Una soluzione che potrebbe avere effetti anche sul futuro del Musil di Rodengo?
«Sì. Oltre a offrire una possibile via d’uscita da una questione che dura ormai da anni, il progetto potrebbe avere ricadute anche sul Musil. Abbiamo bisogno di ridare slancio alla sede di Rodengo Saiano, anche prima che venga realizzato il Musil centrale. Se San Bartolomeo e Cedegolo funzionano bene, Rodengo ha bisogno di essere rilanciato. Questo potrebbe essere uno dei modi. Nella tesi ho ragionato anche su altri possibili interventi: dalla facciata, che oggi è sostanzialmente priva della storica vetrina delle macchine, a una nuova identità visiva, fino alle attività didattiche, agli strumenti di comunicazione, al merchandising culturale e alla bigliettazione. Naturalmente il Bigio non sarebbe la soluzione a tutto, ma potrebbe diventare il fulcro di un progetto più ampio».

Hai già presentato questa proposta agli enti che potrebbero essere coinvolti?
«Per ora no. È una proposta personale e non c’è ancora uno studio di fattibilità. Bisognerebbe approfondire diversi aspetti, anche se, in termini di altezza, il colosso potrebbe trovare spazio nel magazzino visitabile. Non sarebbe comunque facile individuare un altro luogo chiuso che possa ospitarlo, anche perché la protezione della statua da eventuali aggressioni è un altro elemento da considerare. La mia proposta vuole soprattutto essere un pretesto per far ripartire il dibattito culturale tra gli enti e i protagonisti della vicenda. Il Comune, che è proprietario della statua, la Soprintendenza, il Musil, il Fai e le altre istituzioni coinvolte. La Soprintendenza ha chiesto la ricollocazione in piazza, ma credo che ci possa essere spazio per ragionare anche su altre ipotesi. Nel Dna del Fai c’è la creazione di percorsi di narrazione per dare voce a storie che rischiano di spegnersi. Credo che anche il Bigio possa essere raccontato in questo modo, senza cancellarlo e senza necessariamente riportarlo al centro di Piazza Vittoria».




