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Cultura e spettacoli

Baruch e Meoni: il dialogo tessile tra generazioni in mostra a Brescia

La 96enne e il 32enne espongono i loro lavori in cotone e in velluto negli spazi di The Address fino al 31 maggio
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

La mostra allestita negli spazi di The Address
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La mostra allestita negli spazi di The Address

I pieni e i vuoti, la giovinezza e la vecchiaia, il cotone e il velluto, la fragilità e la solidità. Il dialogo. Ci sono tanti concetti che si specchiano nella nuova mostra ospitata dalla galleria The Address in via Felice Cavallotti. A parlare attraverso le proprie opere d'arte sono Marion Baruch – quella delle composizioni nel sottotetto della Loggia – e Leonardo Meoni. Un up-and-comer classe 1996, quindi, che si specchia nell’opera di una decana, Baruch, la cui arte è tutto fuorché anziana o polverosa. I suoi 96 anni non si percepiscono minimamente osservando le opere: lo si nota bene guardando «Mi fa pensare a...» che, inaugurata l'11 aprile, sarà visitabile negli orari di apertura dello spazio fino al prossimo 31 maggio.

Il confronto

Il filo conduttore, manco a dirlo, sono i tessuti. Da un lato una ricerca giovane, radicata nel tessile contemporaneo; dall’altro una pratica che attraversa decenni di sperimentazione. Ma il confronto tra Baruch e Meoni non è solo anagrafico. È una riflessione concreta tra due modi di intendere la pittura oltre la pittura, accomunati dalla concezione sul tessuto che sostituisce la tela e sul gesto che si sposta dalla rappresentazione alla trasformazione della materia.

Marion Baruch, nata nel 1929, è una figura centrale nella fiber art e nelle pratiche partecipative. La sua ricerca si fonda sull’uso di materiali di scarto provenienti dall’industria tessile (familiare: suo marito, , che vengono riorganizzati in strutture leggere e sospese.

Accanto a lei, Leonardo Meoni sviluppa una ricerca più recente ma coerente per attenzione alla superficie e al materiale, con una pratica che nasce nel contesto produttivo di Prato, uno dei principali distretti tessili europei. Il dialogo tra le due e i due artisti si costruisce quindi su un terreno comune: il tessuto come linguaggio, il recupero come metodo, lo spazio come parte attiva dell’opera.

Il tessuto come superficie pittorica

Uno degli elementi centrali della mostra è il modo in cui il tessuto viene trattato. Non come supporto neutro, ma come superficie attiva, capace di assorbire e restituire segni. Nel lavoro di Leonardo Meoni il velluto diventa materia e pratica pittorica. Non viene inciso né semplicemente applicato, ma lavorato come uno strato unico, manipolato e fissato. Il risultato sono superfici dense, che oscillano tra astrazione e residui figurativi. La figurazione, quando emerge, è instabile, parziale, quasi in dissoluzione.

Le opere presentate in mostra segnano un ulteriore passaggio verso l’astrazione. I lavori sono meno descrittivi rispetto alla produzione precedente e procedono per frammenti, variazioni, accumuli. La superficie non è mai definitiva: si piega, si altera, reagisce alla luce e alla gravità.

Nel lavoro di Marion Baruch, invece, il tessuto è spesso già segnato da una storia precedente. Sono scarti industriali, ritagli, residui di produzione che vengono riattivati. La sua pratica non aggiunge ma sottrae: taglia, svuota, lascia emergere il vuoto come elemento strutturale. In questo, il riferimento allo spazialismo è implicito ma riconoscibile. Il gesto del taglio, che richiama la lezione di Lucio Fontana, viene qui tradotto in chiave tessile. Non è più un atto violento sulla superficie, ma una condizione continua di apertura. 

Sono queste differenze a generare la tensione visiva: le opere di Meoni tendono a occupare lo spazio, quelle di Baruch lo aprono. E l’allestimento contiene ed esalta tutto questo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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