Due di loro, Elisa Chiari e Francesca Trovato, saranno al Festival di Venezia, nel concorso della Settimana Internazionale della Critica, con il cortometraggio «Gusci». Ma nel collettivo bresciano Altremuse, oltre alle filmmaker, ci sono varie figure che dal 2020 predicano il verbo di una lettura più fresca e inclusiva della storia dell’arte, alla quale portano in dote competenze differenti. Tra esse, la fondatrice Sofia Schubert e Clara Pérez Almodóvar, nomi che richiamano figure artistiche straordinarie di musica e cinema, e che immaginavamo pseudonimi professionali, salvo scoprire che appartengono a due giovani creative bresciane, tali all’anagrafe cittadina. Abbiamo incontrato Sofia Schubert per conoscere meglio Altremuse.
Sofia, qual è la genesi del progetto?
L’ho avviato nella primavera 2020: come altri progetti digitali, nasce nel contesto della pandemia, un periodo di crisi che ha concesso a molti il tempo per pensare e talvolta sviluppare idee. All’epoca avevo venticinque anni, ero nella fase di passaggio dal mondo universitario a quello del lavoro. Muovevo da un’esperienza personale, che ho scoperto essere condivisa da alcune compagne (di liceo, d’università), che sono diventate colleghe in questa avventura.
Il team di Altremuse si è formato per cooptazione?
Direi aggregando persone vicine per sentire, integrando diversi «savoir faire». Ora siamo in otto: chi era all’estero è rientrata, anche se siamo variamente dislocate, per cui progettualità e confronto avvengono sovente tramite call.
Qual era l’idea portante?
Raccontare l’arte con stile glam ma senza rinunciare alla qualità dei contenuti. Creando uno spazio di divulgazione accessibile, attuale e inclusivo per proporre una nuova critica d’arte, dando luce a tutto ciò che è stato relegato nell’ombra: le storie femminili e delle minoranze, i punti di vista non eurocentrici e post colonialisti. Per come è stata insegnata a noi, la storia dell’arte è infatti eurocentrica, con un punto di vista maschile e bianco.
Tutto ciò che non è così, è «altro»: da cui il nostro nome, che indica una tradizione storico-artistica (con il richiamo alle muse), al contempo rinviando a una narrazione “altra” rispetto a quelle proposte fino ad ora. Insomma, volevamo parlare di storia dell’arte in un’ottica interdisciplinare e moderna, che unisse alta conoscenza della materia e metodo a un’estetica fresca, utilizzando un linguaggio più giovane, più accessibile, anche più ironico e irriverente, per scardinare logiche elitarie. Anche portando i contenuti fuori dai luoghi riconosciuti come ufficiali, sfruttando lo strumento del digitale, che è anche un modo di democratizzare tutto questo sapere.

Dalla originaria piattaforma Instagram, vi siete evolute in direzioni diverse.
Ci ha sorpreso il successo immediato del progetto, ma ancor più l’interesse suscitato nei musei, nelle biblioteche e in altre istituzioni, che ci ha condotto a sviluppare anche studi creativi per queste realtà. Così, da un lato, abbiamo esteso sempre più la piattaforma online, pubblicando pure un paio di numeri di una rivista cartacea; dall’altro abbiamo realizzato serie di video, audioguide podcast, palinsesti culturali, eventi, cercando di dare ogni volta la risposta più adatta all’esigenza prospettataci.
Non è curioso che tra i vostri clienti ci siano anche musei?
Noi non siamo contro l’istituzione. Tra l’altro, ho fatto studi di museologia e credo fortemente nei musei e nel loro futuro, come nelle biblioteche. Nessuna volontà da parte nostra di scardinare l’istituzione, semmai di cambiare la narrazione o, meglio, di renderla inclusiva, continuando a produrre conoscenza ma rinnovando il pensiero. Le storie dell’arte sono molte, eppure se ne racconta solo una, mentre noi vogliamo raccontarle tutte. È un percorso complesso, lo sappiamo, ma l’entusiasmo è il motore che ci spinge. E nei musei si avverte voglia di rinnovamento.
Che rapporto avete con Brescia?
Ottimo, e ci teniamo molto, anche perché è casa per la metà di noi. Uno dei primi progetti sviluppati con le istituzioni è stato proprio con Fondazione Brescia Musei: diversi video in cui abbiamo raccontato i Longobardi dal punto di vista sociale e della produzione artistica. E a Palazzo Monti (in piazza Tebaldo Brusato, ndr) giriamo le nostre serie video.



