Andrea Pazienza, il segno geniale di un artista illuminato

L’esposizione ospitata al Maxxi di Roma ricostruisce l’epopea del grande fumettista
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Corteo a Bologna, una delle opere in mostra al Maxxi di Roma
Corteo a Bologna, una delle opere in mostra al Maxxi di Roma

Mai leggere le fiabe dalla fine. Specie se l’epilogo rischia di strapparvi il cuore. Perché se la mostra ospitata al Maxxi di Roma è dedicata ai 70 dalla nascita di Andrea Pazienza, è la sua morte a pesare come un macigno, unita allo strazio che ancora oggi provoca la sua dipartita. Avvenuta troppo presto, come si confà alla rockstar che era sempre stato. Perché Andrea Pazienza è stato molto più di un autore di fumetti.

L’esposizione

Con «Andrea Pazienza Non sempre si muore» il Maxxi di Roma propone un allestimento che è un viaggio in profondità nella vita e nell’opera di Paz. Un percorso che permette di riflettere, gioire, arrabbiarsi e commuovere di fronte a una sovrabbondanza di materiali.

Già le prime opere confermano quanto lo stesso Pazienza scriveva a proposito di sé, testimoniando un impulso primordiale a disegnare. Sono piccoli bozzetti abbinati a temi di bambino, ben prima che il suo talento lo portasse al liceo artistico di Pescara, dove l’artista crebbe e maturò. Dei lavoro giovanili ancora all’insegna della pittura colpisce un autoritratto di un Pazienza intento a dipingere il pavimento, involontario (forse) epigono di Syd Barrett così come è raffigurato nella copertina del suo album solista. E pur vendo in nuce il tratti di un talento tutt’altro che banale, è la «conversione» – se così la vogliamo chiamare – al fumetto che permette a Paz di creare un mondo tutto suo.

Andrea Pazienza come una rockstar
Andrea Pazienza come una rockstar

Nella Bologna a nervi scoperti degli anni ’60 arte e militanza sono binomio inscindibile e Pazienza inizia a raccontare, in modo «matto e disperatissimo», quel che accade attorno a lui. E non manca di affidare alla carta un ineluttabile elenco del perché sia comunista. Una politicizzazione forse obbligata in quel periodo, ma probabilmente onesta. Per quanto condita da un po’ di sana paraculaggine. E di spirito critico, come quanto mette alla berlina un genitore incapace di ammettere che anche L’Unità può scrivere cose false. Spazzando via uno dei dogmi del comunismo italico.

Ma torniamo al nostro cammino sulle orme di Pazienza, con la magica sequenza di tavole e copertine realizzate per «Frigidaire» o «Il Male», «Cannibale», piccoli miracoli che non invecchiano. Il talento disinibito, privo di filtri, la scaltrezza narrativa (non dimentichiamo che Paz collezionò non pochi neologismi nelle sue opere, pur con qualche piccola sgrammaticatura, quasi fosse un piccolo Lewis Carroll lievemente alterato però) ne fanno un unicum. E, nello stesso tempo, ci fanno anche pensare visto il coraggio nel farsi beffe del potere, senza sconti.

I personaggi

Se la mostra celebra anche il fulmineo talento nel creare piccoli racconti con un solo disegno, è nella serialità dei suoi personaggi iconici (Pentothal, Zanardi, Pompeo e Pertini) che Pazienza riversa tutto il proprio mondo. Che è caotico, polveroso, crudele e dolente. Squarcia ancora l’anima leggere della caduta agli inferi di Pompeo, alter ego di Paz, con quella catarsi finale che sembrava preludio alla rinascita dell’artista, all’emancipazione dall’eroina che, mostro a mille teste, fa capolino nei disegni e nelle sue storie.

Ma c’è tanto altro, tantissimo. Le divagazioni di Campofame, il celeberrimo murale eseguito dal vivo a Napoli senza alcuno schizzo preparatorio (non è un caso se Sparagna lo definiva un Mozart del fumetto), gli studi per il manifesto de «La città delle donne» di Fellini. E poi ancora uno spazio, ricco di musica, in cui tutto (dalle pareti al pavimento) è un trionfo di opere riprodotte. Un Pazienza formato gigante, Ogni sala espositiva un’emozione, un ricordo, un dolore nuovo. Parafrasando Paz, «prima piangere, poi ammirare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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