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Cultura e spettacoli

Annagaia Marchioro: «Mia figlia è la mia comica preferita in assoluto»

L’attrice padovana è attesa a Gussago con «Fulminata», lo spettacolo comico con la regia di Teresa Mannino
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Una «Fulminata» Annagaia Marchioro - Serena Serrani
Una «Fulminata» Annagaia Marchioro - Serena Serrani

Gli studi di filosofia le hanno lasciato in dote l’aspirazione «a dire qualcosa di intelligente. Anche se non sempre ci riesco». La comicità, invece, è stata una scoperta tardiva. «Una risposta alla vita» la definisce Annagaia Marchioro, attrice e comica padovana apprezzata per i suoi monologhi teatrali come per le partecipazioni in tv. Questa sera approderà a Gussago, alle 21 in sala civica Togni, nell’ambito di WonderlandPop, con replica il 9 marzo al Teatro Santa Giulia di Brescia. In scena porterà «Fulminata», spettacolo scritto insieme a Giovanna Donini e a Teresa Mannino, che ne cura anche la regia. Biglietti disponibili a 15 euro e 13 euro (over 65 e under 25).

Far ridere è una dote che si porta dietro fin da piccola o c’è stato un momento in cui ha capito che sarebbe stata la sua strada?

Da bambina non ne avevo la più pallida idea, e nemmeno da adolescente. Non la consideravo affatto una mia caratteristica, non avevo questa consapevolezza. Credo che la comicità sia stata, a tutti gli effetti, una mia risposta alla vita. A un certo punto sono andata a cercare luoghi e spazi dove si potesse trasformare il senso delle cose attraverso il comico. Volevo proprio imparare la comicità. Sono cresciuta col grande mito di Serena Dandini e, anni dopo, l’ho incontrata e abbiamo iniziato a lavorare insieme. In sostanza direi che è stato un percorso graduale di presa di coscienza.

Ha studiato filosofia: cosa c’è di questo background nel suo lavoro?

Della filosofia mi porto dietro forse l’aspirazione a dire qualcosa di intelligente. Anche se non sempre ci riesco! In realtà credo che la filosofia sia stata l’inizio di un viaggio umanitario dentro la nostra umanità. Il mio interesse principale è sempre l’essere umano.

Parliamo dello spettacolo. Quanto c’è di autobiografico?

L’anima è profondamente autobiografica: siamo intorno al 70%. Come in molti altri miei lavori, al centro c’è il viaggio di un’eroina che cade a pezzi. Ma rispetto a monologhi precedenti esplora un passaggio successivo, perché racconta la fase in cui si diventa adulti, quando decidi di crearti un tuo spazio, la tua vita e la tua famiglia, e devi capire come farlo nell’Italia di oggi.

È quindi anche una forma di terapia?

Per me assolutamente no. Per il pubblico invece penso di sì. È terapeutico nel senso che è catartico. Spesso si parla di catarsi nel tragico, ma io credo fermamente nella catarsi del tragicomico. Esiste un luogo, comune a ognuno di noi, in cui abbiamo fallito e ci siamo sentiti impotenti; poi però si scopre che quel fallimento o quella storia ci stavano portando a scoprire nuove strade, nuove forme, facendoci fare pace con tutte le nostre sfaccettature.

Chi c’è dentro «Fulminate»?

Tante umanità diverse ed è proprio questa dimensione collettiva che mi aiuta a narrare la mia storia personale. Quando guardi all’umanità trovi tantissimi punti di collegamento. In questo spettacolo ci sono tantissime donne: ci sono le mie amiche, mia madre, la mia agente, le ex fidanzate con cui le cose non sono andate bene e mia figlia. È uno spettacolo pieno di donne: gli uomini non hanno molto spazio e non ne escono benissimo. Quando ho chiesto a Teresa Mannino se avremmo dovuto inserire qualche figura maschile in più mi ha risposto: «Anche se a me piacciono gli uomini, ma non ne sento il bisogno in questa storia». Le ho detto: «Ok, allora lasciamoli al loro destino».

Teresa Mannino
Teresa Mannino

A tal proposito, come è nata la collaborazione con Teresa Mannino e com’è il vostro rapporto?

Il nostro rapporto è stato mediato da Giovanna Donini, che firma il testo insieme a me e a Teresa, ed è l’autrice di entrambe. Penso che Teresa condivida la mia idea che questo, più che mai, sia un tempo in cui è necessario proporre una comicità che abbia profondità. Ha scelto di lavorare con me per aiutarmi a fare un passo in avanti, proprio perché crede che quello che racconto abbia una sua densità.

In un momento storico così complesso, la comicità può essere ancora uno strumento di satira e impegno sociale?

In passato ti avrei detto che lo era fortissimamente – per me lo è sempre stato. Oggi credo che ci siano temi su cui non si può scherzare e io non sono in grado di farlo. Di fronte a situazioni drammatiche come le devastazioni climatiche o un genocidio, non riesco a trovare lo spazio della comicità. Ma per ciò che riguarda il nostro essere umani sulla terra, lì lo spazio è ancora grande.

Parla spesso di diritti Lgbtq+: è cambiato qualcosa nel modo in cui il pubblico accoglie questi temi?

Sicuramente è cambiato il fatto che la queerness sia entrata nel discorso pubblico. Ma io scelgo di parlare di famiglia queer non come tema principale. Racconto la storia della mia famiglia senza metterle un’etichetta. Vorrei che questa cosa fosse data per scontata, che esistesse e basta. Il cuore dello spettacolo, più in profondità, direi che è la maternità.

Per chiudere: qual è l’ultima cosa che l’ha fatto ridere fino alle lacrime?

Sicuramente mia figlia. L’ho portata a un incontro di cinema d’autore, è rimasta buona un’ora e mezza, poi non ne poteva più. A un certo punto mi ha detto: «Mamma, andiamo via. Io non sono una donna da cinema». Mi ha fatto ridere tantissimo. E poi «Peccato», la serie di Emanuela Fanelli uscita proprio in questi giorni: Ferzan Ozpetek fa piangere dal ridere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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