Cultura

Pennacchi porta l’Odissea a Calcinato: «L’ho amata fin da ragazzino»

Elisa Fontana
L’attore sarà in scena mercoledì 8 aprile al Teatro Marconi con il suo spettacolo su Omero: l’intervista
L'attore Andrea Pennacchi
L'attore Andrea Pennacchi
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Odisseo, la prima volta che rimette piede sulla spiaggia di Itaca. Sono passati vent’anni, lui ha sempre avuto in testa solo quello, la sua isola, ritornare a casa, ma quando finalmente torna, succede che non la riconosce. E non la riconosce perché non la sta più guardando dal lato del porto, ma da quello delle fattorie.

Andrea Pennacchi riparte da qui per restituire al pubblico le tante voci del capolavoro di Omero: Odisseo, i compagni, Telemaco, Penelope... «Sono venuto in possesso di una copia dell’Odissea abbastanza presto, alle scuole medie – racconta Pennacchi –. Non c’era differenza, per me, tra Tolkien e Omero: era una grande storia». Da una grande storia, Pennacchi ricava «Una piccola Odissea», perché in quelle pagine da bambino ha potuto riconoscere la sua famiglia, le persone che amava: «Il padre che torna dal campo di concentramento, la madre che aspetta, difendendosi dagli invasori, i lutti, la gioia». E ha sempre sentito il desiderio di raccontarla, questa «storia di storie».

In scena domani sera, alle 20.45, al Teatro Marconi di Calcinato, Pennacchi, accompagnato dalle musiche dal vivo di Giorgio Gobbo, Gianluca Segato e Annamaria Moro, affronta la sfida restituendo al capolavoro di Omero il sapore del racconto orale, lui che ama definirsi «attore, storyteller e figlio degenere di Omero». L’abbiamo intervistato.

Pennacchi, che «padre» è stato Omero?

Mi ha trasmesso l’amore per il racconto. Tutti noi narratori siamo figli diretti di Omero e delle muse, e io sono orgoglioso di essere loro figlio. La mia fortuna è stata di non aver incontrato Omero subito a scuola. Ho letto l’Odissea prima per conto mio, come se leggessi un romanzo d’avventura. L’ho vista prima come un oggetto d’amore.

Come si riesce nell’impresa di portare l’Odissea a teatro?

Ci ho messo un po’. In effetti ha parecchie voci narranti e non era un’impresa facile. Finché non mi sono imbattuto in uno dei narratori dell’Odissea, che ho sentito rieccheggiarmi dentro: Eumeo, il porcaro. Me lo sono sentito vicino per come sono cresciuto io, per la famiglia che ho avuto. Quando si capisce che parte della propria famiglia e della propria storia personale nasce da quella stessa terra, dalla terra coltivata, dagli allevamenti di maiali, è facile trovare la materialità del racconto. Una materialità che è necessaria se non si vuole essere leziosi, vaghi o, peggio ancora, scolastici.

C’è un messaggio dietro a questo racconto?

Io rifuggo dall’idea che il narratore debba portare un messaggio. Piuttosto il narratore pianta un seme. Volendo usare un linguaggio contemporaneo, un meme, che poi, si spera, germoglierà nelle menti degli spettatori. Ciò che porto con certezza è l’attualità estrema di una narrazione come l’Odissea. Un’opera che è ancora aperta a una miriade di interpretazioni: c’è spazio per la nuova dialettica dei generi, per il dialogo intergenerazionale, per la riflessione su cosa significhi essere umani oggi. Non si tratta, poi, solo di un racconto eroico di uomini, questi uomini sono circondati da una stragrande maggioranza di creature femminili. E loro sono il liquido amniotico nel quale nasce il racconto.

Oggi la figura dell’eroe si è persa?

Facciamo fatica a trovarla perché ogni epoca deve cercare la propria. Odisseo però parla ancora alla nostra contemporaneità perché come tutti gli eroi dell’antichità è un eroe problematico, pieno di difetti, ma allo stesso tempo di lungimiranza, di spirito di sacrificio. È lui che interroga noi. E noi cerchiamo di capire che tipo di eroe siamo. Perché l’eroismo è ancora una qualità fondamentale dell’essere umano, oggi più che mai.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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